Jean-Baptiste Camille Corot (1796-1875) soggiornò in Italia in tre ripetuti viaggi e fu proprio il Bel paese ad ispirargli una pittura di paesaggio molto personale, tutta incentrata sulla luce calda del mediterraneo e sulla costruzione di composizioni armoniche meditate sulla conoscenza dei classici.
Attraverso un’intervista al critico d’arte Angelo Capasso e una serie di interviste di repertorio Rai girate in occasione della mostra storica sull’artista, allestita prima a Parigi e poi Roma, nel 1975 (Franco Russoli, Marco Valsecchi, Ernst Gombrich, Dario Micacchi), lo Speciale documenta e racconta le molteplici novità della pittura di Corot, suggestioni che saranno sviluppate da diversi paesaggisti dell’Ottocento italiani e stranieri, ma anche da pittori del Novecento come Picasso, De Pisis e Morandi.
Pioniere della pittura moderna, Corot ebbe molta fortuna tra i suoi contemporanei, anche se in tarda età: in primis, il poeta Charles Baudelaire, nel 1845 lo osannò come “iniziatore del paesaggio moderno”, mentre era guardato quasi con soggezione da Eugène Delacroix che, come tanti artisti, francesi, ma anche italiani, entravano nel suo studio parigino per carpire segreti nascosti.
Praticamente autodidatta, Corot non fu un genio precoce, solo a venticinque anni ottenne il permesso dal padre di dedicarsi alla pittura e fino allo scadere degli anni Quaranta dell’Ottocento circa, la sua opera più rivoluzionaria, i dipinti di paesaggio, ma anche ritratti e figure, rimasero nascosti al pubblico e alla critica perché il pittore stesso li considerava produzione privata.
La formazione artistica di Corot iniziò negli anni Venti con maestri Neoclassici e fin da giovane visse ripetuti insuccessi ai Salon parigini dove, per essere ammesso, realizzava tele mitologiche di gusto classicheggiante.
Nel 1825, compie il primo viaggio in Italia, si ferma a Roma e si spinge poi nell’Agro Romano, soggiornando a Narni e Tivoli; qui, Corot matura un suo stile visibile in moltissimi disegni e dipinti realizzati en plein-air, in quasi tre anni di lavoro. Il secondo viaggio in Italia lo fa nel 1834, soffermandosi in Toscana attratto da paesaggi di natura selvaggia e un ultimo, nell’estate del 1843, soggiornando a Tivoli e nei luoghi di Villa d'Este.
Negli anni Trenta si avvicina alla “Scuola di Barbizon”. Come di tradizione, l’artista da forma compiuta alle sue tele nel privato dello studio dove elabora le osservazioni della luce ripresa in schizzi dal vero. Pertanto, a differenza dei Barbisonniers, la grandezza di Corot è stata proprio nell’aver saputo coniugare la pittura più libera en plein-air, con la forte impronta classica derivata dai suoi viaggi in Italia. Corot, infatti, studiò la costruzione del paesaggio classico seicentesco, in particolare olandese, restituendo un certo grado di idealizzazione in scene fermamente ancorate alla realtà del posto.
Nell’intervista qui proposta ad Ernst Gombrich, lo studioso afferma che: “se una cosa non gli fosse piaciuta la avrebbe cambiata”.
Quando Baudelaire interveniva al Salon in merito ai paesaggi di Corot evidenziava la differenza tra un'opera "finita", “piena di dettagli pedanti che uccidono l'anima del quadro” e un'opera "compiuta", dove “la visione e l'emozione dell'artista sono perfette, anche se la pennellata resta libera e abbozzata”.
Da quelle parole, la fama di Corot inizia a diffondersi. Lo avvicina soprattutto la giovane generazione dei futuri impressionisti, chi per i suoi paesaggi (Claude Monet, Camille Pisarro, Paul Cézanne), chi per le sue figure (Edgar Degas, Édouard Manet, Berthe Morisot); Pissarro e Morisot diventano allievi diretti. Ma saranno molti anche gli artisti italiani ad aver contatti diretti con Corot, o con la sua pittura, da Nino Costa ad Antonio Fontanesi, fino ai Macchiaioli toscani.