Save the Date racconta la Biennale Teatro 2026
Il teatro come luogo di ricomposizione e di restituzione di tradizioni interrotte e molto altro
La Biennale Teatro 2026 fin dal titolo Alte‘rNative dichiara una complessità di intenti che non è facile ridurre a una immediatezza di racconto. L'esplorazione delle culture dei cinque continenti - da parte del Direttore Willem Dafoe - ha portato a un cartellone composito in cui le straordinarie personalità coinvolte poco concedono alla cultura mainstream. E' una scelta radicale che tiene fede alla vocazione internazionale della più importante vetrina della scena contemporanea e che il documentario cercherà di interpretare seguendo un preciso percorso narrativo: il teatro come luogo di ricomposizione e di restituzione di tradizioni interrotte, comunià sradicate, culture capaci di rinnovarsi nel confronto con gli altri.
La scena media e rinnova il patto tra artisti e spettatori in una visione dinamica della contemporaneità che non vuole limitarsi a celebrare il passato e non si rassegna all'incertezza del futuro. Il teatro prova a rispondere a una condizione che mette in crisi valori che immaginavamo ormai universalmente riconosciuti dall'autodeterminazione dei popoli al diritto a una terra con l'inderogabile necessità di esplorare vie pacifiche per la risoluzione dei conflitti, seguendo il mantra della tolleranza e l'accoglienza delle differenze.
Per provare a verificare questa ipotesi il lavoro attraverserà le esperienze e gli spettacoli di alcuni partecipanti.
- Christos Stergioglou e Alexandros Drakos Ktistakis con il loro concerto-spettacolo Cries, scritto da Taxiarchis Deligiannis e Vasilis Tsiouvaras, “ispirato dal pensiero del rifugiato del poeta Giorgos Seferis, dal lamento di Ecuba della Troiane di Euripide, e dalle grida di tutti coloro che hanno vissuto la schiavitù, lo sradicamento e la migrazione nel corso dei secoli”.
- Mario Banushi, destinatario del Leone d’argento, sarà al festival con la trilogia che l’ha reso immediatamente famoso, Romance familiare. Ragada, Good Bye Lindita, Taverna Miresia sono i capitoli di un paesaggio della memoria che affonda le radici in riti e tradizioni ancestrali legati all’infanzia albanese di Banushi, un paesaggio costruito per visioni poetiche, immagini evocative sospese tra sogno e realtà, forti di una carica emotiva che trasforma temi intimi e personali – legami e affetti, senso di perdita e di dolore, nostalgia - in poesia universale.
- L’artista samoano Lemi Ponifasio, uno dei maggiori registi e coreografi neozelandesi, che alle culture aborigene del Pacifico - dai Maori della Nuova Zelanda ai Kiribati della Micronesia - ma anche del Sud America attinge per creare, come uno sciamano, nuovi simboli che parlino anche al nostro presente, dove cerimonie, cultura performativa e teatro contemporaneo si fondono. Così Star Returning: Venice, la nuova opera di Ponifasio, è un modo di ascoltare la terra, gli antenati e i miti condivisi del popolo Yi della regione montagnosa del Daliangshan cinese, la loro cosmologia, le origini e il profondo legame con la natura, gli antenati e la spiritualità intrinseca a questa cultura.
- Lo scrittore, attore, danzatore, regista ruandese, Dorcy Rugamba ha lavorato anche con la compagnia di Peter Brook, con Milo Rau e con Abderrahmane Sissako, il regista di Timbuktu. Dorcy Rugamba porterà per la prima volta in Italia, dopo il debutto al Théâtre des Bouffes du Nord e al Festival d’Automne, e dopo una tournée negli Stati Uniti e in Australia, Hewa Rwanda – Letter to the Absent. Tratto dall’opera omonima scritta da Rugamba nel 2024 e tradotta in tutto il mondo, Hewa Rwanda – Letter to the Absent è un memoriale consegnato ai propri figli, la testimonianza in prima persona del genocidio dei Tutsi avvenuto nel 1994, che ha determinato la sua storia di uomo e di artista. In scena lo stesso Rugamba con tutti i colori della musica dell’eccentrico e talentuoso polistrumentista senegalese Majnun.
- Satoshi Myiagi, allievo ed erede del maestro del teatro giapponese di ricerca Tadashi Suzuki, affronta i capisaldi della tradizione scenica occidentale, dalla tragedia greca al dramma shakespeariano (straordinaria l’Antigone di Sofocle con cui inaugura il Festival di Avignone 2017), attraverso la lente della tradizione teatrale giapponese facendoli risuonare in modo nuovo. Così Mugen Noh Othello, che porterà alla Biennale Teatro, reinventa Shakespeare alla luce del rituale del teatro Mugen-Noh.
Il documentario - che si aprirà con una dichiarazione programmatica di Dafoe - vedrà le testimonianze di Emma Dante, Leone d'oro alla carriera e Bruna Bonanno vincitrice del bando dedicato alla nuova drammaturgia e si avvarrà della collaborazione della professoressa Annalisa Sacchi, ordinaria di Estetica Teatrale allo IUAV di Venezia.”