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Nino Costa: Venezia dai Giardini pubblici

Un racconto di Chiara Stefani

La Storica dell’arte Chiara Stefani (Ministero della Cultura; Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea) presenta “Venezia dai Giardini pubblici”, un piccolo dipinto longitudinale firmato in rosso come era consuetudine fare dal pittore romano Giovanni Costa (1826-1903), detto Nino Costa.
La storia di questo dipinto è contenuta in una lettera che l’artista indirizzava all’amico inglese, il pittore George Howard, datata "September, 9, 1876", nella quale scriveva: 

Ho dipinto una Venezia dai Giardini pubblici, ma è tra le nebbie argentine della mattina" 

Dalle parole di Costa emerge, anzitutto, la sua predilezione per la luce più tenue di vedute mattutine o serali, come era avvenuto anche per “Donne che imbarcano legna dal Porto di Anzio” (Nino Costa: Donne che imbarcano legna al Porto di Anzio), una scena dipinta dopo il temporale di una notte piovosa.  
Stefani chiarisce poi il singolare punto di vista del paesaggio scelto dall’artista che, nella stessa lettera, affermava: 

Gli antichi che hanno fabbricato questa incantevole città se la sono anche benissimo dipinta, e tra gli altri sopra tutti, Carpaccio e Gentile Bellini"

Costa relegava in secondo piano nello sfondo le magnificenze architettoniche dei palazzi lagunari, care a molti pittori della Venezia Romantica, per far emergere la vasta distesa d'acqua del canale dove protagoniste del dipinto diventano le barche e alcuni barcaioli che cuciono reti da pesca, assieme ad un gondoliere. 


Giovanni Costa, Venezia dai Giardini pubblici, 1876, olio su tela, 25x59cm., Galleria Nazionale d’arte Moderna e Contemporanea, Roma

Il riferimento ai grandi pittori della tradizione veneziana del Quattro e Cinquecento pone l'accento su un altro aspetto importante della produzione di Costa, legato a Venezia fin dai soggiorni giovanili, come risulta dalle memorie autobiografiche dell'artista pubblicate postume (Nino Costa, Quel che vidi e quel che intesi, 1927; a cura di Giorgia Guerrazzi Costa, Treves/Longanesi, 1983). Nel 1848, vi si reca una prima volta per unirsi ai tentativi di moti antiaustriaci, ma dagli anni Cinquanta ritorna ripetutamente con l'amico inglese Frederic Leighton (1830-1896), in visita ad un tal Signor Simonetti, collezionista di tele di Bassano, Giorgione, Schiavone, Tintoretto e Tiziano, studiate dai due artisti per carpire i segreti della tecnica pittorica veneta fondata sul “mezzo tono grigio”.
Stefani sottolinea che, probabilmente, il formato ridotto di “Venezia dai Giardini pubblici” potrebbe rappresentare anche un bozzetto, dunque una piccola tela più congeniale al trasposto durante il viaggio, ma di ciò non esistono prove certe. E a proposito del formato longitudinale che caratterizza moltissimi dei paesaggi di Costa di questi anni, qui la studiosa motiva la scelta estetica dell’artista che voleva evocare la “predella” antica, ossia, la base degli altari Tre-Quattrocenteschi. 
In questo momento, inoltre, Costa metteva a punto le basi teoriche della sua futura “Scuola Etrusca” (1883) discusse già negli anni Cinquanta, tempi in cui l’artista dipingeva en plein air nella campagna romana in compagnia dei suoi amici ed alunni inglesi George Mason (1818-1872) e Frederic Leighton (1830-1896). Lo stile pittorico della “Scuola” era caratterizzato da pennellate fuse in tonalità tenui, adatte ad atmosfere di alba e tramonto, ma soprattutto, promuoveva formati di ampi panorami orizzontali volti a catturare, in una sorta di visione grandangolare naturale, una piccola porzione di cielo e un ridotto primo piano, privando così il paesaggio delle quinte arboree tipiche della tradizione classica. 

Costa concentrava nel suo paesaggio l’impressione dal “vero”, piuttosto che la cura di dettagli minuti, attraverso un sentimento ed un’emotività fondata sull'esperienza diretta della natura 

Questa audace scelta di formato divenne un marchio di fabbrica ripreso dai Macchiaioli toscani, dei quali Costa fu l'ispiratore teorico, il maestro e anche il principale mediatore culturale. Questo sodalizio intellettuale ed estetico, fondamentale per la nascita dell'arte moderna in Italia, ebbe inizio con le frequentazioni dell’artista romano del Caffè Michelangiolo, centro nevralgico dei dibattiti artistici cittadini. Nel 1859, infatti, Costa si stabiliva a Firenze come esule politico dopo aver combattuto le campagne garibaldine; il più anziano e già stimato maestro a livello europeo introdusse i giovani artisti toscani quali, Giovanni Fattori, Telemaco Signorini e Vincenzo Cabianca, allo studio rigoroso del vero e alla pittura en plein air, spingendoli a superare il romanticismo accademico. Nonostante la profonda amicizia, le loro strade si separarono quando i Macchiaioli estremizzarono il contrasto netto di luci e ombre stese a "macchie"; il paesaggio di Costa conservò sempre una dimensione più lirica e meditativa, meno costruita sui contrasti tonali puri e più tesa a una sintesi spirituale in senso Simbolista, evocante silenzi, atmosfere e risonanze interiori.

FOTO DI COPERTINA
Giovanni Costa, Venezia dai Giardini pubblici, 1876, olio su tela, 25x59cm., Galleria Nazionale d’arte Moderna e Contemporanea, Roma