Nino Costa: Donne che imbarcano legna al Porto di Anzio
Un racconto di Chiara Stefani
Formato a Roma in un ambiente ancora fortemente segnato dalla tradizione accademica, Giovanni Costa (1826-1903), detto Nino Costa, intorno al 1848 compiva i primi studi di pittura sotto l’influenza di artisti neoclassici quali Vincenzo Camuccini (1771–1844) e Francesco Coghetti (1802–1875), per passare poi nello studio di Francesco Podesti (1800–1895), esponente del Romanticismo storico.
Per nulla attratto da tematiche storiche e mitologiche, fin da giovane l’artista sceglieva di indagare la realtà del paesaggio, un genere centrale per l’arte dell’Ottocento. Nelle sue tele Costa studiava la campagna romana, la luce che muta, la verità semplice delle figure immerse nella natura dimostrando una ricerca già molto originale.
In questa intervista la Storica dell’arte Chiara Stefani (Ministero della Cultura; Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea) racconta le vicende di un'opera, dal tipico formato longitudinale, che il giovane dipinge nel 1852: “Donne che imbarcano legna al Porto di Anzio”. La tela, firmata e datata, venne molto ritoccata negli anni successivi, come succedeva per altre opere a cui l’artista era particolarmente legato (La Ninfa del Bosco di Nino Costa).

Giovanni Costa, Donne che imbarcano legna al Porto d'Anzio, 1852, olio su tela, 73×147cm., Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma
Stefani fa notare che, la frequentazione di Costa e Mason fu molto importante, tanto che il pittore inglese riconobbe l’artista italiano come proprio maestro. Inoltre, riferendosi alle memorie autobiografiche di Costa, pubblicate postume (Nino Costa, Quel che vidi e quel che intesi, 1927; a cura di Giorgia Guerrazzi Costa, Treves/Longanesi, 1983), la studiosa evidenzia che in quegli anni l’artista stabiliva una sorta di “norma” classica della costruzione del dipinto di paesaggio.
Come oramai prassi dei paesaggisti italiani e stranieri di fine Settecento (Italia. Il paese del Sublime tra Sette e Ottocento), Costa procedeva fissando alcuni bozzetti iniziali dal vero che ricomponeva in studio. La tecnica en plein air sarà ufficializzata qualche anno dopo dagli Impressionisti francesi, pittori che Costa avrebbe incontrato nei suoi viaggi successivi: nel 1862, l’artista esponeva sia al Salon ufficiale parigino e un anno dopo, a quello “des Refusés” (1863), che ospitava i giovani Claude Monet e Camille Pissarro, assieme all’opera “dello scandalo”, “Le déjeuner sur l'herbe” di Édouard Manet. Ma fu soprattutto la lezione di Camille Corot (1796-1875) e della Scuola di Barbizon ad arricchire il suo sguardo.
Nel 1867, invitato dagli amici inglesi, Costa esponeva “Donne che imbarcano legna al Porto di Anzio” a Londra, dove il quadro rimaneva invenduto per circa un decennio. Probabilmente, fu proprio durante questi anni che Costa cambiava dei dettagli della tela, come è abbastanza evidente nelle molte ridipinture che ha subito nel tempo.
Inoltre, Stefani sottolinea che l’artista vuole evocare attraverso dettagli, come le caprette che stanno nelle dune di Anzio, i solenni paesaggi neoclassici di pittori settecenteschi come il tedesco Philipp Hackert, o anche il francese Jean-Victor Bertin. Due sono invece i dettagli un po’ inquietanti e per nulla classici, posti sull’erba, quasi in primo piano: il cranio di bue a sinistra e alcune serpi sulla destra. Stefani legge questi elementi quali presagi di quella “natura panica” che l’artista proporrà nei suoi paesaggi futuri animati da fauni e ninfe.
Per questo, Costa è spesso considerato uno dei più alti interpreti italiani di un paesaggio “morale”, capace di esprimere insieme realtà visibile e sentimento interiore.
FOTO DI COPERTINA
Giovanni Costa, Donne che imbarcano legna al Porto d'Anzio, 1852, olio su tela, 73×147cm., Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma
Per nulla attratto da tematiche storiche e mitologiche, fin da giovane l’artista sceglieva di indagare la realtà del paesaggio, un genere centrale per l’arte dell’Ottocento. Nelle sue tele Costa studiava la campagna romana, la luce che muta, la verità semplice delle figure immerse nella natura dimostrando una ricerca già molto originale.
In questa intervista la Storica dell’arte Chiara Stefani (Ministero della Cultura; Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea) racconta le vicende di un'opera, dal tipico formato longitudinale, che il giovane dipinge nel 1852: “Donne che imbarcano legna al Porto di Anzio”. La tela, firmata e datata, venne molto ritoccata negli anni successivi, come succedeva per altre opere a cui l’artista era particolarmente legato (La Ninfa del Bosco di Nino Costa).
L’opera venne dipinta in un periodo molto travagliato della vita di Costa: dal 1849, con la caduta della Repubblica Romana, a cui aveva preso parte, l'artista iniziava una vita fuggiasca e irregolare, sempre in viaggio e lontana da Roma. Nel 1852, soggiornava ad Ariccia nella campagna romana: proprio qui, instaurava un’amicizia proficua con un gruppo di artisti stranieri e in particolare, con i pittori inglesi George Mason (1818-1872), in compagnia del quale dipingeva en plein air e Frederic Leighton (1830-1896), giovane preraffaellita. Probabilmente furono loro ad informare l'artista italiano sulle idee del pittore, poeta e critico d'arte britannico John Ruskin (1819-1900), la cui visione estetica sull’arte e l’architettura saranno congeniali per la ricerca pittorica di Costa, già orientata all’elaborazione di un “vero”, come espressione di "sentimento".Il dipinto rappresenta un uomo assieme a quattro donne nei classici costumi popolari dell’epoca, raggruppati in una collinetta di Anzio, in prossimità di un’imbarcazione; tre di queste, trasportano sul capo delle radici di alberi, mentre una è intenta a togliersi una spina dal piede

Giovanni Costa, Donne che imbarcano legna al Porto d'Anzio, 1852, olio su tela, 73×147cm., Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma
Stefani fa notare che, la frequentazione di Costa e Mason fu molto importante, tanto che il pittore inglese riconobbe l’artista italiano come proprio maestro. Inoltre, riferendosi alle memorie autobiografiche di Costa, pubblicate postume (Nino Costa, Quel che vidi e quel che intesi, 1927; a cura di Giorgia Guerrazzi Costa, Treves/Longanesi, 1983), la studiosa evidenzia che in quegli anni l’artista stabiliva una sorta di “norma” classica della costruzione del dipinto di paesaggio.
Come oramai prassi dei paesaggisti italiani e stranieri di fine Settecento (Italia. Il paese del Sublime tra Sette e Ottocento), Costa procedeva fissando alcuni bozzetti iniziali dal vero che ricomponeva in studio. La tecnica en plein air sarà ufficializzata qualche anno dopo dagli Impressionisti francesi, pittori che Costa avrebbe incontrato nei suoi viaggi successivi: nel 1862, l’artista esponeva sia al Salon ufficiale parigino e un anno dopo, a quello “des Refusés” (1863), che ospitava i giovani Claude Monet e Camille Pissarro, assieme all’opera “dello scandalo”, “Le déjeuner sur l'herbe” di Édouard Manet. Ma fu soprattutto la lezione di Camille Corot (1796-1875) e della Scuola di Barbizon ad arricchire il suo sguardo.
Nel 1867, invitato dagli amici inglesi, Costa esponeva “Donne che imbarcano legna al Porto di Anzio” a Londra, dove il quadro rimaneva invenduto per circa un decennio. Probabilmente, fu proprio durante questi anni che Costa cambiava dei dettagli della tela, come è abbastanza evidente nelle molte ridipinture che ha subito nel tempo.
Stefani mette in risalto come le figure che popolano il paesaggio evocano le antiche canefore greche, fanciulle, solitamente ateniesi, incaricate di portare sul capo cesti contenenti oggetti sacri durante processioni e riti solenni.Una serie di stratificazioni, una sorta di diario della pittura di paesaggio dell’artista che viene continuamente riaggiornato
Chiara Stefani
Inoltre, Stefani sottolinea che l’artista vuole evocare attraverso dettagli, come le caprette che stanno nelle dune di Anzio, i solenni paesaggi neoclassici di pittori settecenteschi come il tedesco Philipp Hackert, o anche il francese Jean-Victor Bertin. Due sono invece i dettagli un po’ inquietanti e per nulla classici, posti sull’erba, quasi in primo piano: il cranio di bue a sinistra e alcune serpi sulla destra. Stefani legge questi elementi quali presagi di quella “natura panica” che l’artista proporrà nei suoi paesaggi futuri animati da fauni e ninfe.
L’artista non cercava effetti clamorosi, ma preferiva la misura, l’intonazione sottile, la poesia dei toni, la compostezza del ritmo, tanto che le sue figure sembrano appartenere al respiro del paesaggio, come se natura e presenza umana partecipassero alla stessa armonia segreta.Caratteristica principale della pittura di Costa è proprio la riproposta di una natura che porta in sé i segni dell’antico e di una classicità compositiva molto equilibrata
Per questo, Costa è spesso considerato uno dei più alti interpreti italiani di un paesaggio “morale”, capace di esprimere insieme realtà visibile e sentimento interiore.
FOTO DI COPERTINA
Giovanni Costa, Donne che imbarcano legna al Porto d'Anzio, 1852, olio su tela, 73×147cm., Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma