Paolo Migliazza

L'infanzia effimera

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L'infanzia Paolo Migliazza l'ha passata a Girifalco, uno dei quei paesini della Calabria dove le donne anziane vestite di nero si parlano, sbucciando legumi sedute davanti all'uscio delle case, mentre all'interno i bambini viaggiano in universi tecnologici e giocano con Nintendo e la Playstation.

Allora Paolo alternava l'immersione nei mondi dei supereroi a lunghe passeggiate con il nonno in campagna, dove scavava con le dita la terra per costruire case e stalle ai suoi animaletti giocattolo. Poi la crescita e l'abbandono dell'infanzia, con la trasformazione improvvisa del corpo e l'ansia per la vita, la coscienza di sé e della precarietà dell'esistenza, le domande sulla propria identità e il proprio ruolo nel mondo.

Quegli anni del travalicare a intermittenza tra infanzia e adolescenza sono rappresentati matericamente dall'artista nelle sculture di fanciulle e fanciulli con i colori della terra, con il nero del carbone e le tonalità del grigio dei materiali industriali e della ghiaia che egli usa per plasmare i corpi. Sono corpi che esprimono plasticamente titubanze e irresolutezza tipiche dell'identità in via di definizione, fisici con volti dagli occhi offuscati, rivolti all'interiorità, che invitano l'osservatore  alla ricerca di un tempo perduto, di uno stato d'animo oramai estraneo al mondo degli adulti.