Fra terra e cielo di Sergio Givone

Fra terra e cielo di Sergio Givone

Seicento anni fa la temeraria impresa di Brunelleschi

Fra terra e cielo di Sergio Givone

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“Come voltar la volta” sull'immensa base ottagonale dell'incompiuta Cattedrale di Santa Maria del Fiore è l'impresa senza precedenti affrontata da Filippo Brunelleschi, impegnato nella costruzione della cupola dal 1420 al 1436.
Sergio Givone, filosofo e scrittore, con Fra terra e cielo. La vera storia della cupola di Brunelleschi (ed. Solferino) ripercorre in forma romanzesca la storia del capolavoro architettonico, simbolo del Rinascimento.

Un genio tormentato, un uomo tragico e dalla grandissima consapevolezza di sè. Questo è il ritratto di Brunelleschi che vuole essere considerato più inventore che esecutore. Quindi più artista che architetto? 

La figura ideale di architetto che Brunelleschi ha in mente è di ascendenza classica: evoca il demiurgo di Platone e il poietès di Plotino, che è tale, cioè "facitore" (poietès viene da poiein) in quanto inventore e quindi poeta.

È il mago delle forme, è colui che trae fuori le forme come dal nulla e ci fa vedere cose che non abbiamo ancora mai viste, e ci lascia incantati.

La realizzazione della cupola è espressione di un atteggiamento mentale che cerca di superare i paradossi, sfida i limiti del pensiero. Come, ad esempio, trasformare “la forza di gravità in forza di levità”. Ma quale eredità culturale, quali modelli concreti consentirono a Brunelleschi di fare un balzo in avanti, ed entrare in un'età nuova?

Per formazione Brunelleschi fu orafo. Ma studiò anche matematica. E teologia. Non solo: fu tra i primi a intercettare quei fermenti culturali che portarono alla rinascita del neoplatonismo. Tutti questi percorsi lo spinsero ad affrontare temi e problemi di inaudita novità: l'infinito, ad esempio.

Lorenzo Ghiberti condivise con Brunelleschi l'incarico della costruzione. Che ruolo ebbe? Entrambi orafi e antagonisti...

Ghiberti ebbe lo stesso incarico di Brunelleschi: provveditore, vale a dire responsabile della costruzione della cupola. Nel 1420 fu messo a capo della fabbrica di Santa Maria del Fiore, insieme con Brunelleschi, per controllare il collega, considerato un genio ma anche un pazzo. Di fatto non ebbe ruolo alcuno, anzi, fu umiliato. Brunelleschi era troppo più avanti di lui. Ed era il solo in grado di venire a capo dell'impresa.

Brunelleschi è l’inventore della prospettiva ma l'amico Leon Battista Alberti ha lasciato il primo trattato scritto sulla prospettiva: il  De Pictura pubblicato nel 1435. Come lei evidenzia, si confrontano due concezioni diverse... 

Proprio in quel trattato Alberti riconosce a Brunelleschi di aver aperto la strada alla prospettiva. Ma la concezione che Alberti ne ebbe era per certi versi opposta a quella di Brunelleschi:  per Brunelleschi la prospettiva è apertura sull'infinito, per Alberti invece la prospettiva è un gioco illusionistico che riconduce l'uomo alla sua finitezza e alla relatività di tutte le cose.

Dal 2017 lei è Fabbriciere dell'Opera di Santa Maria del Fiore, e ha avuto la possibilità di accedere a molti documenti tecnici. Come si è rivelato Brunelleschi nel ruolo di esecutore e organizzatore del cantiere?

L'energia dimostrata da Brunelleschi nell'organizzazione del cantiere era impressionante. Pensava a tutto: da come impastare la calce a come nutrire gli operai, dagli strumenti alle tecniche fino alle norme di sicurezza. E questo non per mania di controllo o delirio d'onnipotenza, ma perché convinto che il tutto era un tutto organico, un tutto vivente, e quindi da trattare come cosa che ha un'anima.


La costruzione della lanterna fu un'ultima, grande, sfida portata a termine nel 1450 dopo la morte dell'architetto, dal figlio adottivo. Fu un'esecuzione conforme al progetto iniziale e quali furono le difficoltà?

La lanterna fu realizzata da coloro che dopo la morte di Brunelleschi nel 1446 gli succedettero nella direzione dei lavori, a cominciare da Michelozzo. Ma il modello era quello che Brunelleschi predispose, e impose contro il parere dei più, grazie anche alla determinazione con cui il Buggiano, figlio adottivo di Brunelleschi, fece valere la volontà paterna.

L'anelito verso l'infinito che, secondo lei,  ha orientato Brunelleschi in tutta la sua opera, si ritrova anche nell'impresa, incompiuta, della decorazione della cupola, avviata nel Cinquecento. Quale progetto avrebbe voluto realizzare Giorgio Vasari per quest'architettura sublime?

Il progetto di decorazione dell'intradosso della cupola, cui pose mano il Vasari e che, dopo la sua morte, sarà completato dallo Zuccari e da altri, rimanda a un teologo assai acuto e profondo, Vincenzo Borghini, il quale aveva suggerito a Vasari di ispirarsi a una visione delle cose ultime non già basata sul giudizio finale, come in Michelangelo, ma sul superamento dell'opposizione di bene e male, come solo una teologia della gloria concepisce. Grandemente significativo è il fatto che il presupposto di tale teologia della gloria è l'infinito, perché solo nell'infinito si può pensare qualcosa come un al di là del bene e del male.

Quale eredità pensa sia ancora viva del pensiero di Brunelleschi nel nostro tempo?

L'insegnamento più prezioso di Brunelleschi è che non bisogna aver paura di sfidare la ragione. Per mezzo della ragione, naturalmente, e non contro la ragione. Perché la ragione, proprio come l'infinito, è sempre un po' più grande di se stessa. E così può accadere che la presunta follia altro non si riveli che una più profonda ragione.

Sergio Givone: Fra terra e cielo. La vera storia della cupola di Brunelleschi, ed. Solferino