Cesare Pavese e il cinema

A 70 anni dalla morte dello scrittore

Andava al cinema quasi tutti i giorni, Cesare Pavese quando era studente all'università di Torino. Gli piaceva il cinema. I suoi biografi riportano, su questa passione, una frase significativa che lo scrittore disse una volta, rispondendo alla domanda di un cronista che gli chiedeva chi fossero i suoi autori preferiti: "Thomas Mann e Vittorio De Sica", disse senza esitazioni. Quando, con la tesi di laurea su Walt Whitman, nel 1930, inizia a scoprire la letteratura d’oltreoceano, la sua attenzione si concentra soprattuto sul cinema americano.

...quella americana è una civiltà greve di tutto il passato del mondo e insieme giovane e innocente, una sorta di laboratorio dove si cercava un modo di essere alternativo, moderno, che la situazione italiana non permetteva: da qui la nascita del "mito americano" 
Cesare Pavese

La passione per il cinema si trasforma in studio e ricerca, necessità di analizzare e rielaborare. Risalgono al 1929 il primo e al 1930 il secondo saggio di critica ci­nematografica, pubblicati su “Cinema Nuovo” nel 1958 che esprimono chiaramente il rapporto stretto che per Pavese lega cinema e letteratura.

Alla teoria e alla critica sulla settima arte, giovane ed ancora inesplorata, Pavese aggiunge la pratica della scrittura. Compone dei sog­getti cinematografici che già rispecchiavano il suo sguardo drammatico sulla vita. Un uomo da nulla, pubbli­cato nel 1979 sul settimanale “Tutto libri”, è una sceneggiatura per un film muto, rimasta in fase di bozza ma che ugualmente rivela la vena autobiografica, carica di quella tristez­za malinconica che lo ha accompagnato sino alla fine. Negli anni Quaranta Pavese scrive altri soggetti, i critici ne calcolano otto, desti­nati al cinema sonoro. Due di questi, pubblicati su “Cinema Nuovo” nel 1959, sono Il dia­volo sulle colline e Breve libertà. Pavese li pensa per essere interpretati da due attrici americane, conosciute a Roma alla fine degli anni Quaranta, le sorelle Dowling, Doris e Constance: una cara amica la prima, il suo ultimo grande amore (non corrisposto) la seconda. Le sceneggiature di Pavese sono state raccolte nel volume Il serpente e la colomba (Einaudi 2009), a cura di Mariarosa Masoero.

Per Cesare Pavese il cinema non è intrattenimento, è una cosa seria, come seria è la letteratura. Per questo forse le sue sceneggiature non furono mai realizzate. Anche i suoi romanzi, letteratura vera e non solo racconto, introspezione più che azione, non si prestavano per essere trasferiti sul grande schermo. Tuttavia, a distanza di anni dalla morte dello scrittore, alcuni registi accettarono la sfida. 

Il regista Vittorio Cottafavi nel 1985 dirige Il diavolo sulle colline, uno dei tre racconti del volume La bella estate, destinato al pubblico televisivo. E' la storia di tre giovani amici molto diversi tra loro, costretti a confrontarsi con la morte. Nel '92 la regione Piemonte finanzia il film televisivo Prima che il gallo canti, dal racconto autobiografico Il carcere dove lo scrittore racconta, attraverso le vicende di Stefano, un confinato politico, il periodo che lui stesso  trascorse al confino. Mario Foglietti firma la regia, la parte del protagonista è interpretata dall'attore Giuseppe Pambieri. 

La letteratura e il cinema: arti a volte complementari, più spesso in contrasto. La combinazione non aveva giovato al grande scrittore piemontese. I titoli diventati film erano una riparazione inadeguata. Postuma per di più
Pino Farinotti


Dalla nube alla Resistenza (1979) è il titolo del film del regista franco-tedesco Jean-Marie Straub e di sua moglie Danièle Huillet che offre finalmente un vero tributo cinematografico all'opera letteraria dello scrittore piemontese.  E' diviso in due parti, entrambe debitrici al "Bertolt Brecht italiano”, come disse Straub di Pavese. Nella prima si mettono in scena alcuni Dialoghi con Leucò, la seconda si ispira invece a La luna e i falò, con il personaggio detto Bastardo che a guerra finita torna nel suo paese delle Langhe dopo un lungo esilio. Nel filmato vi proponiamo una piccola parte del film, tratta da uno dei Dialoghi di Leucò, scritti da Pavese tra il 1945 e il 1947, intitolato La madre. Attraverso l'incontro tra due personaggi mitologici, Meleagro ed Ermete, La madre tocca il tema dell'infanzia tragica. 

Meleagro era legato ad un tizzone che la madre cavò dal fuoco quando lui nacque, e visse con il timore che la madre lo spengesse, troncando così la sua vita. Domanda a Ermete se è giusto infliggere all’uomo una condizione così perversa: tenere i propri occhi in quelli della madre per percepirne i sentimenti a suo riguardo. Con la paura che ella abbia deciso di spegnere il tizzone.

Meleagro: “Ermete, bisogna aver visto i suoi occhi. Bisogna averli visti dall’infanzia, e saputi familiari e fissi su ogni tuo passo e gesto, per giorni, per anni, e sapere che invecchiano e muoiono, e soffrirci, farsene pena, temere di offenderli. Allora si, è inaccettabile che fissino il fuoco vedendo il tizzone

Questo scrisse Alberto Moravia sull'Espresso nel 1979 all'uscita del film di Straub:

[…] I dialoghi con Leucò e La luna e i falò […] si prestavano in maniera particolare ad essere tradotti in cinema perché appaiono fondati su una struttura di conversazione favorevole alla sua concezione di una narrazione cinematografica estraniata ed estraniante che risparmi al regista la descrizione degli eventi e gli consenta di concentrarsi su notazioni apparentemente marginali