Cosa arcana e stupenda

Leopardi nel pensiero di Severino

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Cosa arcana e stupenda. Leopardi nel pensiero di Severino è il titolo dell’evento di sabato 28 novembre 2020, organizzato grazie alla collaborazione tra l’Associazione di Studi Emanuele Severino (ASES) e il Centro Teatrale Bresciano, con il patrocinio del Comune di Brescia.
Nel video la rappresentazione dell’operetta morale di Giacomo Leopardi, Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, ampiamente commentata da Severino nel suo libro Cosa arcana e stupenda, pubblicato da Rizzoli nel 1997
L’iniziativa era stata discussa con il Professor Severino che aveva accolto con favore l’idea di una lettura dell’opera, come naturale collegamento con la rappresentazione dell’Orestea di Eschilo del 2019, visibile in uno speciale su questo portale e con la sua riflessione filosofica in relazione ai due grandi pensatori.
Dopo i saluti di Paolo Barbieri di ASES, del Sindaco di Brescia Emilio Del Bono, di Gian Mario Bandera, Direttore del Centro Teatrale Bresciano, le letture del Dialogo di Federico Ruysch e le sue mummie di Giacomo Leopardi e di alcuni passi del saggio Cosa Arcana e stupenda di Emanuele Severino, a cura di Fausto Cabra e affidati alla bravura dello stesso Cabra, Alfonso De Vreese, Silvia Quarantini, Alessandro Quattro. Massimo Donà, Professore di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele e allievo di Severino, conclude l'evento con le sue riflessioni.

Pubblichiamo di seguito una sintesi dell'intervento di Massimo Donà dal titolo Filosofia e poesia nella lettura severiniana di Leopardi. Il coro dei morti e la voce del ‘genio’.

Emanuele Severino riflette su Leopardi in ben tre volumi: Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi (Rizzoli 1990), Cosa arcana e stupenda. L’Occidente e Leopardi (Rizzoli 1997) e In viaggio con Leopardi. La partita sul destino dell’uomo (Rizzoli 2015). Si tratta di una delle più lucide e penetranti letture che siano mai state date del testo leopardiano.

Per l’autore de La struttura originaria, il poeta recanatese è sicuramente uno dei massimi ‘pensatori’ dell’Occidente; e soprattutto quello in cui il nichilismo caratterizzante la nostra civiltà avrebbe raggiunto la più lucida e radicale consapevolezza della propria originaria destinazione. 

Ogni cosa è nulla; nulla ha senso, cioè, agli occhi di Leopardi; per questo, arcana, stupefacente e stupenda appare la vita, e non la morte, agli occhi del poeta marchigiano. Lo sa bene il genio; nella cui testimonianza viene mirabilmente sintetizzato lo spettacolo che si schiude davanti agli occhi dei morti. Infatti, è proprio dal coro dei morti (con cui inizia il Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie) che la vanità del tutto viene trasfigurata e intensificata al punto tale da costituirsi come il porsi stesso nella dimensione dell’eterno.

Ma tutto questo accade non per l’improbabile, o meglio impossibile evocazione di una qualche episteme, di una verità eterna capace di salvarci dal nulla – come accade invece nell’Inno a Zeus, cioè nell’“Agamennone” di Eschilo) –, quanto piuttosto per una sorprendente capacità di fare, della stessa visione del nulla, quel che ci consentirebbe di sollevare l’anima verso l’eterno; di farne cioè il motore di una “intensificazione” tanto radicale da consentirci di rendere finanche sopportabile proprio quel nulla che, allo sguardo ‘astrattamente’ filosofico, fa invece capire quanto meglio sarebbe stato non esser neppure nati. 
Il contenuto è il medesimo, ci spiega bene Severino, ma solo se riconosciuto dalla filosofia moderna, esso rende la vita indegna di essere vissuta. Se ‘cantato’ dalla voce del genio, invece, e dunque se espresso e testimoniato dalle sue opere, riesce invece ad aprire il cuore e a ravvivarlo – come rileva lo stesso Leopardi nelle pagine dello “Zibaldone”. 
Da qui la funzione decisiva dell’opera d’arte; unico artefatto capace di rendere sopportabile l’esistenza; quanto meno perché (come ho cercato di mostrare in un volume che ho dedicato anch’io, qualche anno fa, a Leopardi: Misterio grande. Filosofia di Giacomo Leopardi, Bompiani 2013) l’intensificazione di uno spettacolo come quello riconosciuto anche dalla filosofia (intensificazione prodotta appunto dalle opere di genio, e cioè dalla ‘poesia’) coincide con una vera e propria rinuncia ad interrogare l’intrascendibile insensatezza degli essenti. Una salutare rinuncia a chiedere al mondo la ragione del proprio esserci. 

Il poeta, infatti, si limita a riflettere il nulla delle cose e ad amplificarne ‘la voce’, intensificandola.
Facendoci così evitare la sofferenza derivante dal non poter mai trovare soddisfacimento, da parte dell’irrinunciabile (almeno, per la filosofia) domanda di senso. 

Insomma, solo la dove ci si limiti ad “imitare” e “ripetere” il nulla di senso custodito al fondo di qualsivoglia fenomeno naturale (come fanno appunto la poesia e ogni autentica espressione artistica), e dunque solo nel farsi “cosa tra le cose”, senza porsi al cospetto del mondo come soggetto di conoscenza, il genio potrà addirittura ridere dell’inconfutabile insensatezza del tutto. Solo in virtù di tale intensificazione, cioè, la testimonianza dell’absurdum universale potrà rivelarsi dotata di una forza e di una intensità tali da stimolare un riso salvatore, in grado di liberarci, sia pur temporaneamente, dal dolore, e di aprirci il cuore ravvivandolo davvero. 


Massimo Donà (nato a Venezia il 29 ottobre 1957), oltre che musicista, è professore ordinario di Filosofia Teoretica presso la Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano. Nello specifico, insegna METAFISICA per il corso di laurea triennale e ONTOLOGIA DELL’ARTE per il corso di laurea specialistica.
Dopo essersi laureato nel 1981 con Emanuele Severino, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Venezia, inizia a pubblicare diversi saggi per riviste e volumi collettanei, partecipando, lungo il corso degli anni Ottanta, a diversi Convegni e Seminari in varie città italiane. A partire dalla fine degli anni Ottanta, collabora con Massimo Cacciari, in qualità di cultore per la materia, presso la Cattedra di Estetica dello IUAV (Venezia) e coordina per alcuni anni i Seminari dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (sede di Venezia).
Negli anni Novanta fonda, con Massimo Cacciari e Romano Gasparotti, la rivista PARADOSSO. Sempre negli anni Novanta diventa docente di ruolo di Estetica e insegna presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia; sino a quando viene incardinato come Professore Ordinario di Teoretica presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano. È inoltre curatore, sempre con Romano Gasparotti e Massimo Cacciari, dell’opera postuma di Andrea Emo.