Remo Rapino, Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio

    Remo Rapino, Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio

    Il matto del paese

    Remo Rapino, Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio

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    Nato nel 1926, Liborio cresce con la madre e il nonno finché non muoiono entrambi, per un incidente su un cantiere lui e per malattia lei. Rimasto solo, Liborio che amava la scuola ma ha potuto frequentare solo le elementari e non si separa mai dal libro Cuore regalatogli dal maestro, lascia il faticoso lavoro dal funaro e diventa garzone dal barbiere. Siamo in un piccolo paese del Sud, da cui Liborio partirà per cercare fortuna a Milano dopo aver fatto il militare e perso l’unica donna che amava andata in sposa a un altro. In Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, pubblicato da Minimum fax, Remo Rapino dà voce a un uomo anziano che ne ha passate tante (dall’esperienza di operaio in Lombardia e in Emilia al ricovero in manicomio fino al ritorno al paese dove viene considerato matto). Attraverso Liborio, i suoi furori e i suoi slanci, donandogli una grande forza espressiva, Rapino racconta la storia del secolo passato e ne illumina gli aspetti rimasti più in ombra.

    Mò, quelli là, gli altri, tutta la gente di sto cazzone di paese, vanno dicendo che sono matto. E mica da mò, che me lo devono dire loro, quelli là, gli altri, tutta la gente di sto cazzone di paese che sono matto. Pure io lo so, e sempre ci penso, notte e giorno, d’inverno e d’estate, ogni giorno che il Padreterno fa nascere e morire, con la luce e con lo scuro, ci penso che c’ho sempre pensato per vedere di capire come mai sta coccia mia da quasi normale s’è fatta na cocciamatte, tutta na matassa sgarbugliata fuori di cervello.


    Remo Rapino è nato nel 1951. È stato insegnante di filosofia nei licei. Vive a Lanciano. Ha pubblicato i racconti Esercizi di ribellione (Carabba 2012) e alcune raccolte di poesia, tra cui La profezia di Kavafis (Moby-dick 2003) e Le biciclette alle case di ringhiera (Tabula Fati 2017).

    Di seguito l’intervista di Rai letteratura: 


    Come ha trovato la voce di Bonfiglio Liborio sia a livello linguistico sia a livello di ragionamento?
    La ricerca di un immaginario letterario che si collegasse ad una realtà fattuale è andata di pari passo sia sul piano della definizione psicologica del personaggio Liborio sia nella codificazione di un linguaggio adeguato. Un codice espressivo costruito sulla parlata gergale, su dialettismi e parole reinventate. In sintesi un modo di porsi rispetto al mondo, ingenuo eppure ricco di intuizioni profonde. Liborio ragiona e scrive come parla: una voce e una lingua che cammina nel mondo, un affabulare da ascoltare con la giusta attenzione, con un orecchio non distratto. Pure se è un Cocciamatte.


    Nel corso della sua lunga vita Liborio arriva varie volte vicino a inserirsi nella società, poi succede sempre qualcosa che lo ricaccia in basso. Attraverso di lui ha voluto rappresentare le persone tenute ai margini, quelle che partono svantaggiate e così vengono costrette a restare?
    In effetti il libro si pone come un invito all’accoglienza, all’accettazione della diversità, al superamento dell’io egoistico verso un noi solidale: insomma un libro che parla di porti aperti. La figura di Liborio potrebbe rientrare, di certo, nel perimetro della cosiddetta storiografia della marginalità, un settore di studio tra i più suggestivi e originali del Novecento. Egli osserva, parla, o anche resta in silenzio, stando ai margini, nella fila degli ultimi, eppure lotta, con unghie e denti, per dar voce a quelli che non hanno voce. Del resto sono quelli come Liborio che, a ben vedere, hanno cambiato la storia, come dice Francesco De Gregori: “Quelli che non sanno neanche parlare”. Perché, in ogni caso, non si arrendono.


    Liborio partecipa degli eventi storici, ha una coscienza politica, s’iscrive al sindacato, ma anche questo non lo salva dalla sua condizione di emarginato. Perché?
    Uno dei sensi del libro consiste nel tentativo di raccontare la storia di un secolo attraverso gli occhi, le parole, i ricordi di un “fuorimargine”. Il fascismo, la guerra e la Resistenza, l’emigrazione verso il Nord, il boom economico, il ’68, l’esperienza dolorosa del manicomio, il ritorno a casa: questa la scenografia dove respirano i personaggi della storia, dove cantano le loro voci, che parlano di sogni mancati, di rimpianti, di viaggi e naufragi, di giorni andati, forse mal spesi, comunque vissuti. Raccontano di battaglie perse, ma pure combattute con la giusta passione, fino in fondo. Se così, nessuno sarà veramente sconfitto. Liborio si muove dentro questo paesaggio: con il suo linguaggio, i suoi gesti, con la sua fragilità esistenziale. Egli è, a suo modo, un eroe della marginalità, senza lapide (forse per questo ne inventa tante per sé), è uno spazio bianco sui libri di storia. Eppure anche le figure dei vinti come Liborio fanno Storia. Di qui nascono, a volte, le rivoluzioni, da chi vede nel mondo quello che gli altri non vedono, da chi cerca nel mondo l’invisibile e si fa domande che gli altri non si fanno, da chi riesce a coniugare logica e fantasia. E gridano anche nel silenzio. Per questo i romanzi non si fanno con i documenti, i romanzi si fanno con le voci. A saperle ascoltare. Non ci troveremo nessuna verità, ma neppure nessuna bugia. Nelle voci respirano gli eventi, le persone e le loro storie dentro la Storia, il linguaggio con cui si raccontano. Tutto ciò che ci accade intorno: questo è il mondo. Le voci della vita sembrano diverse, ma ci sono molto più vicine, proprio ascoltandole. Ci si può salvare solo unendo la voce di chi parla e quella di chi ascolta. È l’unica strada: non la più breve, ma la più giusta.


    Nel libro si racconta il periodo passato in manicomio, che per Liborio non è un’esperienza negativa, tanto che non vorrebbe più uscirne. Cosa rappresenta per lui quel luogo e cosa vuol dire essere ributtato fuori da lì? 
    Forse perché il manicomio è, di fatto, luogo dove risiede la diversità, casa dell’accoglienza come della necessaria comprensione dell’altro. Sì, esperienza dolorosa il manicomio, ma, nell’insieme, pure ricca di possibilità nuove. Ma uscirne sarà necessario, oltre che difficile, proprio perché questo accadimento rappresenterà l’occasione per acquisire più forza, essere uomo e nuvola con una maggiore consapevolezza di sé e del mondo. Il desiderio insopprimibile del camice bianco si fa progetto di vita altra. E, non a caso, alla fine sarà realizzato. Essere cacciato dal manicomio è la pre-condizione per tornare ad appartenersi, una forma di rinascita, e sviluppo di una coscienza nuova. Questo capitolo, importante dirlo, è stato frutto di particolare ricerca tra gli archivi di alcuni manicomi, specie quello provinciale di Imola. Una stimolante e incuriosita lettura di cartelle cliniche, dove si potevano trovare tanti materiali, proprio come nei romanzi, testimonianze, diagnosi. Tutto utile per acquisire le linee essenziali di una “lingua dei matti” o dei lunatici, per dirla con Cavazzoni. In tal senso Liborio può dirsi un “idiota esemplare” con le sue visioni e le sue illusioni.   
     

    Si può definire questo romanzo una storia del Novecento vista dal basso?
    Come già detto: tra gli elementi costitutivi del romanzo, accanto al personaggio e alla questione della lingua, ci sono appunto gli eventi, collocabili all’interno di quello che Eric Hobsbawn definiva il “secolo breve”. Liborio raccontando se stesso racconta un tempo lungo della storia dal punto di vista degli oppressi e non di quelli, ancora De Gregori, “che hanno letto un milione di libri”. Questo uno dei temi del libro. Liborio si presenta, al di là delle sue stesse intenzioni, come figura simbolica di una umanità in marcia (penso a “Il quarto Stato” di Pelizza da Volpedo). Ecco il senso dell’excipit: Così mò mi metto buono ad aspettare qua dove sto, inchiovato a questa sedia spagliata, tutta di legno storto e fracico, fuori dal mondo come se è la fine del mondo. E vediamo che deve ancora succedere. Ma scine, vediamo che cazzo succede. C’è una distinzione fondamentale tra turista e viaggiatore (la troviamo espressa ne Il tè nel deserto di Bernardo Bertolucci): il primo va e torna in un dato momento, il secondo non ha limiti, libero da ogni vincolo spazio-temporale, quindi, al di là di tutti i “segni neri”, libero di sognare. L’umanità non deve avere mai confini.