Piera Ventre, Sette opere di misericordia

Piera Ventre, Sette opere di misericordia

La dissoluzione degli Imparato e la tragedia di Vermicino

Piera Ventre, Sette opere di misericordia

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L’anno è il 1981, il luogo è Napoli, la famiglia si chiama Imparato ed è formata dalla madre Luisa, casalinga, il padre Cristoforo, custode del cimitero, i figli Rita e Nicola; da loro c’è anche Rosaria, compagna di classe di Rita che è rimasta incinta a sedici anni ed è stata cacciata dai suoi genitori. In Sette opere di misericordia (Neri Pozza) Piera Ventre entra in casa Imparato, ci fa sentire i suoi (per lo più cattivi) umori, e poi segue i personaggi all’esterno, ricostruisce gli antefatti (l’occhio perso da Cristoforo a quindici anni sotto i bombardamenti e il lavoro da becchino che ha sostituito quello da tipografo; il sesso tra Luisa e Nino, il ragazzo ospitato per un mese prima della sua partenza per la Germania; la gravidanza di Rosaria che lei stessa non sa se dovuta al suo professore di arte, Lorenzo, o al carrozziere Armando, ora detenuto  a Poggioreale). Nicola, che fa la quinta elementare, ama guardare le stelle ed è bullizzato dai compagni, raccoglie su un “quadernuccio” i suoi pensieri sulla vita; sua sorella Rita si riempie di cibo e va a cercare per strada dei barboni di cui diventa amica. Mentre ognuno degli Imparato lotta contro la propria infelicità, a Vermicino un bambino cade in un pozzo e nel finale la famiglia si ritrova davanti al televisore a sperare che non si compia la tragedia della sua morte. Il tutto con una lingua letteraria in cui le parole del dialetto ancorano il racconto alla città, la fanno emergere in primo piano.

La città del sole dove cadeva un mucchio d’acqua, dove i mattoni si ammollavano eppure resistevano. Era un animale pieno di piaghe, quella città, e il dolore incattivisce, Luisa lo sapeva. Bisognava avere tanti occhi, conficcarseli addirittura nelle spalle per non beccarsi quelche morso a tradimento. Giacché, un’altra cosa su cui Napoli fondava la sua resistenza cannibale era una fame smisurata che sfogava di continuo: nelle pizzerie e nelle friggitorie aperte ogni ora del giorno e della notte, nei banconi delle pasticcerie, nelle guantiere di babà e sfogliatelle, nelle cucine delle case, bassi o palazzi signorili, dalle quali fuoriuscivano gli odori del mangiare che traboccavano lenti, prima sui pianerottoli, poi per le rampe delle scale e infine per strada.

Piera Ventre è nata a Napoli nel 1967. Laureata in Logopedia presso l’Università degli studi di Pisa, è specializzata come Assistente alla comunicazione. Socia ordinaria e Consigliera dell’Associazione di promozione sociale Comunico, collabora con le scuole di Livorno, città in cui vive dal 1987. Ha pubblicato testi brevi in raccolte antologiche e siti letterari. Nel 2011 la raccolta di racconti Alisei (Edizioni Erasmo) ha avuto una segnalazione della giuria al Premio Renato Fucini.

Di seguito l'intervista di Rai Letteratura

Al centro di Sette opere di misericordia c’è una famiglia che è un coacervo di infelicità: sembra che ognuno degli Imparato voglia per sé qualcosa di diverso da quello che ha e patisca la sua condizione. È così?
Cos’è una famiglia?  Rita, la figlia maggiore di Cristoforo e Luisa Imparato, pensa che sia “una cosa viva composta da organismi interdipendenti”. Che le scelte, i dispiaceri, i successi di ogni singolo componente, in qualche modo, si riverberino su tutti gli altri per contagio. E che l’unica redenzione, per il nucleo familiare, sia rappresentata dalla menzogna, dal fingere che vada tutto bene. Quando Luisa e Cristoforo, nei momenti difficili, affermano che “s’appara tutto”, tutto si aggiusta, conferiscono all’idea di famiglia la funzione regolatrice dell’ammansimento, della domesticazione verso qualsiasi turbamento o deviazione. Eppure è proprio lì il nodo: nella finzione. Nulla si ammansisce e nulla si addomestica. Piuttosto, tutto continua ad agire in profondità. E quando il celato fa capolino si rendono conto che è quello il “reale”: il dettaglio fuori posto, l’alterazione. Il “Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo» tolstojano è quanto mai vero, eppure, per paradosso, è proprio nell’infelicità di ciascun componente di ogni singola famiglia che confluisce l’idea fondativa della famiglia stessa: il riuscire a trovare nell’alterazione dell’equilibrio e nel vacillare della comunione affettiva il punto di incontro, la comprensione verso l’altro, la misericordia.

Gli Imparato ospitano Rosaria, sedicenne rimasta incinta e cacciata di casa dai suoi. Questa figura, man mano che si procede nella narrazione, si connota in modo più negativo. Cosa rappresenta Rosaria all’interno del libro?
Rosaria è un personaggio complesso. Rimasta incinta e cacciata di casa dai suoi genitori, viene accolta dalla famiglia Imparato. Estromessa, dunque, dal suo nucleo familiare di origine come componente “deviato”, finisce in un altro nucleo familiare estraneo e si trasforma suo malgrado nell’elemento che ne sovverte l’apparente stabilità. In realtà, Rosaria è una vittima e come spesso accade a chi subisce il male se ne fa corrompere, lo mette in atto senza cognizione. Nel romanzo, il peso che si accolla è proprio quello di diventare l’alterazione, la scintilla comburente che innesca un materiale già predisposto per l’incendio. Ciò nondimeno, attraverso i suoi occhi e le sue proiezioni sulla vita che la attende mostra la reiterazione dell’abbaglio, non fa che rendere evidente che l’unica via è assecondare la finzione. Anche se, alla fine, tenta di scatenare la tempesta, non ci riuscirà. Fallirà perfino nel suo intento vendicativo, nella riparazione illusoria di un danno intimo che vuole invece ripercuotere sugli altri. Tuttavia è proprio questo suo fallimento ciò che la redime. È proprio questo suo fallimento che la fa diventare degna di compassione.

Poi c’è Lorenzo, che è l’occhio esterno a Napoli, il giovane professore pisano, attratto dalla bellezza artistica della città e spaventato dai suoi abitanti. Lorenzo alla fine fugge da Napoli…
Lorenzo capita a Napoli per “ripicca”. Accetta una supplenza come professore di Storia dell’Arte soltanto per indispettire i suoi genitori, per sopperire a un conflitto personale. Per quanto subisca la fascinazione della città, il giovane pisano non la comprende. Napoli è madre e matrigna, accoglie e respinge, pretende un dazio. Come fece con Caravaggio sfregiandogli la faccia nei vicoli nei pressi della locanda del Cerriglio, la città gli sferra un colpo, il più terribile: gli fa prendere consapevolezza che, per quanto cerchi di allontanarsi - anche lui - dalle sue origini e dal suo nucleo familiare, a quelle origini e a quel nucleo Lorenzo ritornerà. Sopraffatto dalla bellezza, dalle opere d’arte, dalla vita pulsante ne proverà sgomento, quasi la città, con la sua natura contraddittoria e, per questo, tanto pericolosa, volesse infettare anche lui. Se ne allontanerà come ci si vorrebbe allontanare dall’inferno, sconfitto.

Pur essendo un romanzo corale, Sette opere di misercordia riserva uno spazio a sé a Nicola e ai suoi quadernucci: quanto è importante lo sguardo bambino sulla realtà narrata?
Lo sguardo di Nicola è fondamentale così come lo è lo sguardo di ogni bambino sulla Terra. È la visione del mondo nella sua complessità ma, al contempo, è l’interrogarsi su quella complessità e cercare sempre e comunque una traccia di bellezza e di pietà. Nicola guarda le cose, e su tutte le cose si pone una domanda. Compila il suo quadernuccio notificando innumerevoli sentimenti, ponendo a se stesso dei quesiti. Non è importante ciò che si risponde quanto invece la necessità di chiedersi quale sia il senso profondo di ciò che lo circonda. E sono la sua tenerezza e la sua sensibilità a preservare la speranza, l’unica cosa che resta sul fondo del vaso di Pandora quando ormai tutti i mali del mondo sono dilagati. Nicola è la mano che sigilla il vaso affinché la speranza possa ancora essere esperita.

Sin dall’inizio il libro presenta il fatto di cronaca che fa da sfondo alle vicende: la caduta di Alfredo nel pozzo, la tragedia di Vermicino: che rapporto c’è tra la storia degli Imparato e la storia di Alfredo?
La dissoluzione degli Imparato procede in crescendo con il dipanarsi dei fatti di Vermicino in un intreccio simbiotico e simbolico. L’esterno si riversa nell’interno familiare e, in qualche modo, ne esaspera gli avvenimenti e le reazioni emotive. Quanto peso hanno le vicende del mondo su di noi che le avvertiamo e le subiamo? C’è un filo, una connessione, tra gli individui e quanto accade intorno a loro? Anche in questo caso, Nicola, il più piccolo della famiglia, si ritrova a immedesimarsi nel prossimo: in Alfredo, in quel bambino caduto nel pozzo e che, nel pozzo, troverà la morte. Tutta la sua famiglia, nello stesso tempo, si trova in un pozzo, annaspa nel buio, pare vacillare. E l’eco delle televisioni accese nelle case di tutta la città, dell’Italia intera, ne amplificano la potenza deflagrante. Tutti, donne e uomini, bambini e ragazzi, assistono a uno spettacolo terribile sperando nella salvezza e ritrovandosi accomunati, invece, in un lutto collettivo che non si risolve con la catarsi, ma con la disperazione. Ed è Nicola che si fa carico di trainare la famiglia verso la luce. Lo fa con l’unica arma che gli consente la sua innocenza: l’immaginazione.

Un ultimo passaggio sulla suggestiva lingua di questo romanzo: come ha costruito l’intreccio tra lingua letteraria e termini dialettali?
Quando scrivo non pianifico lo stile. Lo controllo, piuttosto. Nel caso di questo romanzo i personaggi si sono accesi in un lingua che altro non poteva essere che una mescolanza tra lingua madre - il napoletano - e lingua nazionale. È stata Luisa a voler dire caiòla anziché “gabbia”. È stato Cristoforo a pronunciare “all’intrasatto” anziché “all’improvviso”. Sulle loro labbra mi è parso onesto e veritiero, non l’ho trovato di maniera, ma solo qualcosa che stonava e dunque, quanto di più vicino al reale ci potesse essere. Così, li ho lasciati fare.