Carmen Pellegrino, La felicità degli altri

La conclusione della trilogia dell'abbandono

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Non trova pace Cloe, che ha avuto un’infanzia funestata dagli scontri tra i suoi genitori, ha perso l’amato fratello, è approdata a dieci anni nella Casa dei timidi da cui è dovuta uscire in seguito a un terribile incendio. In La felicità degli altri (La nave di Teseo), Carmen Pellegrino segue le peripezie della sua protagonista, e delinea le figure che l’hanno segnata negativamente (la madre dall’equilibrio instabile; il padre donnaiolo; il marito incapace di starle davvero accanto) e positivamente (Madame e il Generale, la coppia che accoglie con generosità bambini soli nella Casa dei timidi; il professore veneziano che tiene un corso sull’Estetica dell’ombra e parla a lungo con lei; l’amica vera e quella immaginaria con cui si è intrattenuta da bambina). Solo tornare sui propri passi, rivedere le persone che l’hanno fatta diventare quella che è, aiuterà Cloe a ricostruirsi e a trovare la forza per andare avanti. Come negli altri romanzi di Pellegrino, anche in La felicità degli altri, il confine tra vivi e morti, tra affetti presenti e passati non esiste: siamo fatti dei nostri fantasmi.

Come nel mito di Castore e Polluce – figli di Dio anche loro – ho diviso con mio fratello i giorni dell’oscurità per un lungo tratto della mia esistenza, sostituendomi a lui tra i morti quando si faceva insostenibile il peso della vita continuata solo per me. Mi sembra di aver guardato in faccia tutto il dolore del mondo. Ma bisogna prendersi cura dei morti, amorevolmente, non negarsi la vita.

Carmen Pellegrino, scrittrice e storica, coautrice di varie opere collettanee (tra le quali Qui si chiama fatica, 2010; Non è un paese per donne, 2011; Novantadue, 2012), con il primo romanzo Cade la terra (2015) ha vinto il premio Rapallo Carige opera prima e il premio Selezione Campiello. Con il secondo romanzo Se mi tornassi questa sera accanto (2017) ha vinto il premio Dessì.