Carlo Casalegno

Il primo giornalista ucciso dalle Brigate rosse

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Il 16 Novembre del 1977 Carlo Casalegno, ex partigiano, giornalista, scrittore e vice Direttore de La Stampa viene ferito dalle Brigate Rosse a Torino. Colpito alla testa da 4 pallottole, rimane in vita per 13 giorni nel reparto di terapia intensiva dell’Ospedale Le Molinette. Tra lo sgomento e l’incredulità, amici, colleghi, parenti e uomini delle istituzioni gli fanno visita per rendere omaggio alla vittima di una brutale aggressione contro la libertà d’espressione. È la prima volta che i terroristi sparano per uccidere un giornalista. Hanno voluto colpire il pensatore liberale che nella sua rubrica sul giornale di Torino, intitolata “Il Nostro Stato”, ha messo coraggiosamente in luce le contraddizioni della lotta armata e ha difeso l’idea di uno Stato severo con i violenti.

È la prima volta che i terroristi sparano per uccidere un giornalista
 

 Nell’anno che viene ricordato come uno dei più violenti del dopoguerra, la città di Torino, sede della Fiat, ospita il primo processo ai capi storici delle Brigate Rosse e diventa l’epicentro dello scontro tra lotta armata e forze dell’ordine, tra mondo dell’industria e organizzazioni del lavoro, tra movimenti politici e difensori delle istituzioni, uno scontro in cui cadono vittima anche cittadini innocenti, coinvolti in episodi sanguinosi nelle strade e nelle piazze. Il figlio di Casalegno, Andrea ha aderito ai movimenti del Sessantotto, è stato iscritto a Lotta Continua e manifestava nelle piazze come molti altri. Nei giorni in cui suo padre è in ospedale, rilascia un’intervista al giornale dei suoi ex compagni di lotta. Un’intervista spiazzante in cui afferma che la violenza politica non colpisce “simboli” astratti ma “persone in carne ed ossa, padri e mariti” e che “non si può uccidere una persona per le sue idee”.  Le sue parole aprono una profonda discussione in tutti i movimenti di contestazione che a partire dalla fine dell’anno subiranno un veloce sgretolamento.