Guerra ai virus

Il caso della poliomielite

Piccoli, piccolissimi, quasi invisibili. I nemici più pericolosi per l’uomo sono batteri e virus. Nella lunga marcia della medicina per scoprire nuove cure e antidoti contro sempre nuove malattie, le scoperte di antibiotici e vaccini rappresentano delle tappe fondamentali. Come il vaccino per la poliomielite, malattia che ha colpito migliaia di persone soprattutto negli anni ’50.

Scoperta dal medico britannico Michael Underwood, nel 1789, la poliomielite è stata registrata per la prima volta in forma epidemica nell’Europa di inizio XIX secolo e poco dopo negli Stati Uniti.
La poliomielite è una grave malattia infettiva il cui contagio avviene per via oro-fecale, attraverso l’ingestione di acqua, cibi contaminati o tramite la saliva e le goccioline emesse con i colpi di tosse e gli starnuti da soggetti ammalati o portatori sani. L’uomo rappresenta l’unico serbatoio naturale del virus della poliomielite, che può colpire persone di tutte le età, ma principalmente si manifesta nei bambini sotto i tre anni.

La diffusione della polio ha raggiunto un picco negli Stati Uniti nel 1952 con oltre 21mila casi registrati. In Italia, l’annus horribilis è il 1958, quando vengono notificati oltre 8mila casi. In generale, la polio ha effetti più devastanti sui muscoli delle gambe che su quelli delle braccia.


Non esistono cure per la poliomielite, se non trattamenti sintomatici che possono solo in parte minimizzare gli effetti della malattia. L’unica strada per evitare potenziali conseguenze è la prevenzione tramite vaccinazione.

Ecco perché i due diversi vaccini scoperti da rispettivamente dal dott. Jonas Salk e dal dott. Albert Sabin costituiscono una pietra miliare nella storia della medicina.