Non so perché non ho fatto il pittore
Torna a speciale Alberto Moravia

Non so perché non ho fatto il pittore

Alberto Moravia e le arti visive

Non so perché non ho fatto il pittore

Condividi

La passione giovanile per Rembrandt, ”pittore della speranza e della riverenza di fronte al mistero”, le riflessioni su l'arte greca, Goya e l'architettura di Gaudì fino agli interventi sulle ricerche di Capogrossi, Guttuso, Clerici, Picasso e di tanti altri protagonisti del Novecento. Lo sguardo di Alberto Moravia sull'universo artistico era vorace e insaziabile. Non so perché non ho fatto il pittore. Scritti d'arte (1934-1990) pubblicato da Bompiani nel 2017, ha riunito, per la prima volta, tutti i testi  rivolti alle arti visive editi in Italia a partire dagli anni Trenta: articoli, introduzioni, presentazioni anche in forma di lettere e d'intervista, colloqui con gli artisti. Novanta scritti di carattere occasionale che rivelano un interesse mai affievolito nel tempo, testimoniato anche dalla collezione di opere d'arte raccolte e custodite a Roma nella Casa Museo dello scrittore. Il volume costituisce un importante contributo alla sistematizzazione di un materiale vastissimo, con l'obiettivo di evidenziare alcune linee guida, alcuni percorsi attorno a cui ruotano le riflessioni dell'autore in circa sessant'anni di attività. 

A trent'anni dalla scomparsa di Alberto Moravia, Rai Cultura ricorda l'intellettuale italiano insieme alla curatrice del volume Alessandra Grandelis, ricercatrice presso l'Università di Padova, già curatrice, sempre per Bompiani, della raccolta di lettere giovanili dello scrittore, del carteggio con Elsa Morante, delle poesie e delle edizioni più recenti dei romanzi Gli indifferenti (2016) e La noia (2017).

Il titolo del saggio, una frase dello stesso Moravia, ben chiarisce l'esistenza nella vita dello scrittore di un percorso parallelo alla letteratura. E' la consapevolezza di una superiorità dell'immagine rispetto alla parola? Perché? E che cosa affascinava Moravia dell'opera d'arte?

Sono tante le occasioni in cui Moravia, in modo quasi paradossale, dichiara di preferire la pittura alla letteratura. Avrebbe voluto fare il pittore e forse non gli mancava una certa attitudine se andiamo a vedere i piccoli ritratti a penna che era solito disseminare ovunque, tra le sue carte e i libri. Moravia era affascinato dall’arte perché ne ricavava un piacere più completo di quello offerto dalla letteratura.

Gli scrittori si devono confrontare con le parole che li obbligano a una battaglia continua, astratta, mentre i pittori hanno a che fare con le forme e i colori, con qualcosa che subito coinvolge la sfera sensoriale. Come per altri scrittori, anche per Moravia l’arte è semplicemente molto più vicina alla realtà.      


Alberto Moravia, Roma 1990, foto: Stefano Baroni/Contrasto

Quali sono le esperienze che hanno contribuito a formare l'immaginario moraviano in questa direzione?

Il legame di Moravia con le arti visive è stato così intenso e decisivo che sarebbe possibile scrivere una biografia artistica di Moravia. Il suo immaginario deve molto all’arte. Per comprendere questo aspetto bisogna partire dalla famiglia e dall’infanzia. Il padre era un architetto appassionato di fotografia e nel contempo un pittore dilettante che disseminava la casa di vedute della città d’origine, Venezia, realizzate sul modello degli impressionisti; la sorella Adriana, moglie dell’artista Onofrio Martinelli, si è affermata nel panorama artistico con una personalità originale, influenzata dall’espressionismo e in particolare da Matisse. Insomma, Moravia ha respirato l’arte in casa sin da bambino, anche per sfuggire alla noia e alla solitudine dei lunghi anni di malattia. Non a caso, nell’intervista con Dacia Maraini, Moravia descrive la prima casa in cui ha vissuto partendo dal grande tavolo da disegno del padre, dai grandi album fotografici di elementi decorativi che sfogliava con curiosità. Trascorreva le ore a guardare questi album, così come i grandi quadri del Seicento che tappezzavano la seconda casa di via Donizetti, e a Viareggio, durante le vacanze estive, sostava a lungo davanti ai dipinti dell’abitazione e fantasticava sui soggetti mitologici. Successivamente, con la fine della malattia, ha cominciato a frequentare i luoghi in cui il dialogo tra arte e letteratura era all’ordine del giorno: i salotti, i caffè, le gallerie, a partire dalla Galleria della Cometa, una straordinaria officina artistico-letteraria voluta dalla contessa Anna Laetitia Pecci Blunt. La prima fascinazione per l’arte viene rafforzata e consolidata nel tempo, a contatto con il mondo e con personalità di assoluto rilievo in ambito artistico, come Bernard Berenson che definirà un giovanissimo Moravia, l’ultimo dei profeti.

Moravia elabora ed enuncia una vera e propria teoria dell'arte e dell'importanza dell'immagine. Su quali concetti si fonda l'analisi moraviana dell'arte?

Moravia concepisce in giovane età una propria teoria, poi rielaborata e dichiarata con maggior convinzione negli anni Sessanta. In sintesi, tre sono le proprietà principali che Moravia attribuisce all’arte: è misteriosa, ineffabile e universale. 
Innanzitutto è misteriosa perché, al di là di qualsiasi interpretazione trascendentale, non si può spiegare come avvenga la traduzione del pensiero non nella parola, qualità peculiare dell’uomo, ma in un’immagine che ha una sua indipendenza, una sua corporeità e che non è decifrabile solo con la ragione. Ciò spiega anche l’ineffabilità dell’arte che svela i limiti della parola stessa, incapace di raccontarla e di spiegarla fino in fondo. Inoltre Moravia definisce l’arte universale per quel suo potere, sconosciuto alla letteratura, di essere “accessibile così alle menti raffinate come a quelle più semplici”.

Proprio questo concetto di universalità introduce a quel principio di base, di matrice freudiana, su cui si fonda l’intera riflessione moraviana: l’arte è per la società ciò che il sogno è per l’individuo, cioè l’espressione dell’inconscio, dell’inconscio collettivo.


Casa Museo di Alberto Moravia, 1996 (dettaglio), foto: Alberto Cristofari/Contrasto

Il Novecento è stato segnato dal dibattito sull'opposizione tra pittura figurativa e pittura astratta. Moravia non è mai rimasto un semplice osservatore. Quale è stata la sua posizione? 

Leggere la produzione artistica moraviana significa, tra le tante possibilità, anche avere un punto di vista differente sul dibattito tra figurativi e astratti, che lo scrittore non liquida banalmente nella contrapposizione, accesa nel dopoguerra, tra impegno e disimpegno. Tale contrapposizione rivive in un racconto del 1943, Il quadro, e in un intero romanzo, La noia (1960), il cui protagonista Dino, un pittore astratto in crisi, identifica il suo rivale in Balestrieri, un pittore figurativo che fra l’altro incarna alcune caratteristiche del padre di Moravia, Carlo Pincherle. 

Gli scritti d’arte testimoniano come Moravia senta più vicina l’arte figurativa nella convinzione che quella astratta sia espressione del momento storico in cui si rompe il rapporto tradizionale con la realtà.

Ciò non significa che la pittura astratta non venga considerata o non abbia valore. Alle pareti  dell’ultima abitazione dello scrittore, oggi diventata la Casa Museo Alberto Moravia, non mancano i quadri astratti. Tuttavia l’arte astratta depotenzia qualcosa che Moravia considera irrinunciabile, l’oggetto e il mondo oggettivo al centro della sua scrittura.

Ritratto e autoritratto sono generi pittorici su cui Moravia si interroga più volte. Quali sono le riflessioni più significative?

Partiamo da una considerazione: è forse l’autore del Novecento più ritratto se consideriamo la fotografia, la scultura e soprattutto la pittura. Moravia è una figura iconica e ha messo a disposizione il proprio corpo, anche in maniera performativa, consapevole del rapporto complesso che lega l’artista, il soggetto e chi guarderà l’opera. Lo stesso Moravia cerca di ritrarre, con gli strumenti della scrittura, i pittori a lui più vicini. Lo fa nelle interviste e soprattutto in questi scritti, dove la fisicità si mescola al dato caratteriale. Si assottigliano così i limiti tra arte e letteratura perché il ritratto è strettamente connesso al personaggio. Moravia dedica una grande attenzione anche all’autoritratto per arrivare a una distinzione tra ciò che accade in arte e ciò che accade in letteratura. L’autoritratto dell’artista è sempre esistenziale, mentre quello dello scrittore, frammentato nei suoi tanti personaggi, è di carattere sociale. 

Parlare d'arte è anche un modo per analizzare e comprendere il personale processo creativo. Quali sono gli interventi critici attraverso i quali Moravia lascia affiorare maggiormente se stesso e i suoi romanzi? 

Il caso più emblematico è offerto dall’autointervista – una forma anche questa di autoritratto – in cui Moravia nel 1962 sovrappone la propria figura a quella di Renato Guttuso, la cui ricerca realistica può raccontare qualcosa del personale realismo. A un livello più ampio Moravia riconosce alle arti figurative di essere ambigue, polisemiche: sanno conservare le contraddizioni, la complessità del reale. In controluce Moravia parla anche della propria scrittura e questo, come scrive Michele Cometa, è uno degli aspetti più interessanti del rapporto tra le arti, la comprensione del processo creativo grazie alla scrittura delle immagini. 

Come è contaminata la scrittura di Moravia dall'immagine, come è plasmato lo stile dalle sollecitazioni visive della pittura?

Nei saggi d’argomento artistico la letteratura è il mezzo che consente a Moravia di decifrare l’arte; a sua volta l’arte contamina e feconda l’opera letteraria, a partire dalla scrittura che cerca di assumere le coordinate pittoriche – lo spazio, la luce e il colore – nella descrizione della realtà. Lorenzo Giordani ha definito in modo efficace quella di Moravia una “scrittura dell’occhio” e Alessandra Sarchi in un saggio importante sul rapporto tra scrittura e pittura (La felicità delle immagini. Il peso delle parole, 2019) mette in evidenza nelle pagine moraviane l’uso insistito di espedienti tipicamente pittorici, come la lo specchio, l’ombra, la finestra.
Di frequente nelle opere di Moravia, narrative e anche saggistiche, ci si imbatte nelle citazioni artistiche, palesi o nascoste, nell’uso del ritratto letterario e dell’ekphrasis, la descrizione dell’opera d’arte con le parole. L’ekphrasis ha sempre una funzione nella struttura del racconto e del romanzo. Per esempio accade nel romanzo breve La disubbidienza (1948), dove l’adolescente protagonista del romanzo, nascosto dietro a una porta, spia i genitori mentre nascondono il loro denaro in una cassaforte collocata dietro una riproduzione di Raffaello. La Madonna, che rinvia celatamente alla Madonna Conestabile conservata all’Hermitage, si pone a metà strada tra l’ipocrisia dei genitori e il denaro che segna la fine della loro credibilità. Un’immagine segna il momento in cui la ribellione di Luca, incontro all’età adulta, si rivela possibile e viene raccontata lungo il romanzo.
   
Per quanto riguarda la storia dell'arte quali preferenze esprime?

Moravia, sempre curioso e aperto alle novità, è interessato a ogni forma di espressione artistica, non si pone dei limiti. Per le ragioni a cui facevo prima riferimento, predilige quell’arte che risponde al richiamo della realtà, che si sforza di rappresentarla. Per questo motivo apprezza Guttuso e ne fa un alter ego. Ma allo stesso tempo considera il surrealismo la propria avanguardia, quella che gli ha trasmesso gli strumenti con cui sondare l’inconscio.
 
La maggior parte dei testi nel volume riguarda il Novecento e i suoi testimoni, alcuni sono stretti compagni di strada di Moravia... 

Per tutta la vita Moravia ha frequentato diverse generazioni di artisti appartenenti a diverse scuole. Amava lo loro compagnia per il carisma, per quella creatività misteriosa e artigianale del tutto estranea allo scrittore. Alcuni gli sono stati più vicini, hanno catturato maggiormente la sua attenzione in diverse epoche della vita. Tra i nomi che Moravia ricorda nelle sue interviste ci sono, oltre ovviamente a Guttuso, Carlo Levi, Capogrossi (testimone delle nozze con Elsa Morante), Recalcati, Cremonini, Scialoja e negli ultimi tempi Schifano. Ma tanti sono i nomi che si potrebbero fare. La collezione d’arte che si può vedere ancora oggi a Casa Moravia testimonia molti dei legami che Moravia ha intrattenuto e costruito nel tempo.

 Dacia Maraini nella Casa Museo di Alberto Moravia, 1995, foto Alberto Cristofari/Contrasto

L'ultimo intervento proposto nella raccolta è dedicato a Van Gogh, in occasione della mostra allestita per il centenario della morte dell'artista. E' scritto a giugno del 1990. Quale lettura del pittore olandese ci offre Alberto Moravia in questo congedo dalla critica d'arte? 

La mostra che Moravia ha potuto vedere era allestita ad Amsterdam. Come dichiara nel testo, rimane impressionato dalla lunga fila di persone che ammirano Van Gogh, che sentono agire dentro di sé la sua pittura, viva, potente, irrazionale nella sua concretezza. Moravia percepisce che i quadri di Van Gogh continuano a “bruciare”, per usare un’espressione di Didi-Hubermann; hanno una forza diversa per quella sintesi inedita tra realtà e mondo interiore a cui lo scrittore ha sempre aspirato all’interno della propria idea di realismo da applicare al romanzo. 

Alberto Moravia. Non so perché non ho fatto il pittore. Scritti d'arte (1934-1990), Bompiani, 2017
foto in copertina: Casa Museo di Alberto Moravia, 1996, Alberto Cristofari/Contrasto