Fabio Mauri: Il Muro Occidentale o del Pianto

    Fabio Mauri: Il Muro Occidentale o del Pianto

    Fabio Mauri: Il Muro Occidentale o del Pianto

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    Fabio Mauri (1926 – 2009) è uno dei maestri dell’avanguardia italiana del secondo dopoguerra. 

    Otto volte invitato alla Biennale di Venezia (tra il 1954 e il 2015) e nel 2012 anche a Documenta a Kassel), Mauri presenta  nel 1993 alla Biennale Il Muro Occidentale o del Pianto,  un muro di quattro metri, composto da una catasta di valigie di cuoio, di legno, di varie dimensioni, emblema della divisione del mondo, dell’esilio, della fuga, dell’esodo forzato. Il lavoro non è riferito soltanto alle vittime dell’Olocausto: le valigie del Muro Occidentale o del Pianto sono il bagaglio di “individui” erranti e il suo messaggio si rivela di tragica attualità, oltre che di tragica memoria.

    Sul sito dedicato all'artista www.fabiomauri.com  Dora Aceto descrive l'opera:

    Nella parte anteriore le valigie compongono una struttura architettonica armonica e regolare, il retro, invece, è mosso, molto plastico, le valigie creano una serie di dislivelli, come accade nella natura umana.
    Negli anfratti del Muro Occidentale o del Pianto, gli Israeliti infilano rotoli di carta con le preghiere riguardanti gli affetti, l’anima, i corpi e il come vivere la vita terrena. Perché per gli ebrei il Muro è il luogo dove Dio ascolta sempre.
    Nel Muro, Mauri ha simulato queste domande in un unico rotolo di tela bianca. E’ una sorta di preghiera dell’arte. È piantato, in un barattolo, un rametto di edera rampicante, per significare che nessun eccidio può far morire l’Arte, ossia l’Uomo, profondo, giusto, che crede nell’Uomo. 



    Fabio Mauri. Foto di Claudio Martinez

    Mauri inizia nel 1964 inizia a riflettere sulla specificità della cultura europea e la individua nell’ideologia. 

    “Ho ripensato la mia biografia e ho pensato che avevo conosciuto una realtà storica forte, la guerra. Avevo rimosso come un grande incidente tutto questo dolore, l’ho riaffrontato”, dice l’artista.

    Così nascono negli anni ’70 le perfomance Che cosa è il fascismo, Ebrea, Gran Serata Futurista 1909 – 1939


    Nella foto  (e di copertina) Fabio Mauri Il Muro Occidentale o del Pianto, 1993. Valige, borse, casse, involucri in cuoio, tela e legno, 400 x 400 x 60 cm . I punti cardinali dell'arte XLV Biennale di Venezia. Foto Graziano Arici. Courtecy The Estate of Fabio Mauri and Hauser & Wirth

    L’artista, creando Il Muro Occidentale o del Pianto, elabora anche una riflessione con un testo che diventa parte dell’opera e che perciò ha sempre accompagnato l'esposizione. Ecco le sue parole:

    Il Muro Occidentale o del pianto, 1993.
    Riaffrontando una mia antica mostra, "Ebrea", come un bagaglio da tempo chiuso, mi sono subito accorto di una sua sinistra attualità. Il razzismo, oggi come prima, opera estesamente in Occidente come ricerca estrema di identità, o come volontà conclusiva di una resa dei conti.
    Riparte da zero, cancellando l'interlocutore, seguendo l'ipotesi di una realtà così indipendente dal corso degli eventi, da sembrare regolamento di conti arcaici, da sembrare o forse essere fuori da qualsiasi attualità della 'storia'. Quale dolore, cecità, morte e angustia di mente comporti questo malore occidentale, è facile verificare ogni giorno nella cronaca mediterranea ed europea, e non solo. La poesia opera delle diagnosi e fa dei confronti, ne trae sue conseguenze di giudizio, compone metafore espressive, quando vi riesce, efficaci, capaci di incidere per lo meno previsionalmente nel corso dei fatti. Non è un pronto soccorso, ma un soccorso intellettuale, affidato al tempo nella solida completezza della sua formulazione. 
    Il Muro Occidentale o del Pianto, come viene chiamato a Gerusalemme il muro residuo del Tempio di Salomone, è qui riedificato con valige. Tentativo di rappresentare quel necessario muro dell'ideale o della fede intellettuale, fra tutti i bagagli in transito, costretti ad espatriare, o portare con sè identità incenerite. E' una costruzione di provenienze dissimili che sta in piedi da sola, senza altro sostegno che la propria evidente complessità. Il morbido, il duro, il cartone, il cuoio sono, in questo muro, pietre e persone, un unico collage autoportante. Anche ad Auschwitz uno dei documenti più impressionanti lo edifica un cumulo di valige. Ognuna, nel nome e nell'indirizzo scritto sopra, comporta la certezza del ritorno. Qui il legame con la mostra "Ebrea", allestita a Venezia la prima volta nel 1971, è palese. Il Muro è a filo come una vera parete, ed è sconnesso, a volumi variabili, nell'altro lato. Proprio come la composizione moderna delle trasmigrazioni. Dettate da numerose cause si presentano eccessivamente enigmatiche per essere subito composte e decifrate.
    Negli anfratti del "Muro Occidentale o del Pianto", gli Israeliti infilano biglietti di carta con preghiere: relativi a l'anima, gli affetti, ai corpi, al come vivere la vita sulla terra. Li ho simulati in un unico rotolo di tela. Una sorta di preghiera dell'arte. Il Muro è il luogo, dicono gli Israeliti, dove Dio senz'altro ascolta: è il luogo del valore, quindi. Vi cresce anche una pianta, segno di un proseguimento di esistenza frammista che le pietre mute e squadrate o le valige vuote e inerti nemmeno loro possono impedire.
    Fabio Mauri