Michel Agier. Divenire stranieri in un mondo in movimento

Riflessioni sulla figura dello straniero

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Michel Agier, intervistato al Festival della Filosofia di Modena 2019 – Persona, parla del tema della sua Lezione Magistrale, Divenire stranieri in un mondo in movimento

Oggi l’Europa si pone continuamente il problema di chi sia lo straniero e di come si faccia ad essere stranieri e la questione si pone sia per le persone che accolgono, sia per quelle che invece rifiutano lo straniero, dunque per l’ospitalità come per l’ostilità, tanto che Derrida parlava di hostipitalité. In entrambi i casi bisogna interrogarsi sulla figura dello straniero. Viviamo in un mondo sempre più globalizzato e in movimento, sperimentiamo sempre di più le frontiere, l’esperienza dell’altro, e ogni volta ci ritroviamo ad essere definiti come stranieri o a definire gli altri come stranieri.

 Agier analizza la figura dello straniero in base a tre criteri. Il primo criterio è di carattere spaziale, geografico: lo straniero è colui che arriva da fuori, in inglese è l’outsider. Questa definizione genera spesso conflitti tra coloro che si sono stabiliti in un luogo e che si considerano autoctoni e coloro che arrivano da altrove e non avrebbero posto in quello stesso luogo. Il secondo criterio è quello giuridica o geopolitico. I giuristi lo definiscono “estraneità”: si tratta delle condizioni giuridiche a cui è soggetto qualcuno che non dipende dallo Stato in cui arriva, è quindi il rapporto tra lo straniero e la cittadinanza. Noi associamo quest’ultimo concetto alla nazionalità: i diritti per gli italiani, i diritti per i francesi, i diritti per gli americani. Ma quando qualcuno arriva da fuori, non ha gli stessi diritti, per cui uno Stato deve chiedersi quale diritto concedere allo straniero: il permesso di soggiorno, la residenza, il diritto di lavorare, di votare alle elezioni, di far studiare i propri figli, sono tutti diritti che insieme possono formare il cosiddetto diritto di cittadinanza. Quindi oggi possiamo misurare in modo graduale la condizione di straniero per ciascuno in funzione del suo rapporto con la cittadinanza. Possiamo anche chiederci se occorra immaginare un diritto che non dipenda solo dalla nazionalità, dato che ci sono sempre più persone che si spostano e si scontrano 
con il fatto di essere considerate straniere nei luoghi in cui vanno. Il terzo criterio, infine, corrisponde alla parola inglese stranger, che significa straniero e strano,

come dice Jim Morrison, “tutto è strano quando sei uno straniero”. In effetti, quando osserviamo una persona straniera notiamo comportamenti che giudichiamo strani, perché diversi dai nostri, e questo apprendimento culturale può permettere una trasformazione. Lo straniero si trasforma non appena arriva in un luogo perché impara altre parole, altri modi di vestirsi, di mangiare, di viaggiare. Tutto è diverso e quello che reputava normale diventa strano. Allo stesso modo, quello che per lui era strano è perfettamente normale per le persone del posto in cui arriva. E allora che succede? Che lo straniero diventa più intelligente perché relativizza le cose e constata che la sua cultura non è l’unica al mondo, che il suo non è l’unico mondo esistente. Ce ne sono tanti, ci sono tante differenze, si impara a gestirle e a conviverci.

Dunque questi sono i tre grandi criteri che ci permettono di iniziare a comprendere come e in cosa siamo stranieri,

ma manca un elemento importante, ossia lo straniero assoluto, lo straniero negativo, quello che non vogliamo vedere, che incontriamo nei campi e lasciamo morire nel Mediterraneo come se niente fosse. 40.000 stranieri morti nel Mediterraneo dalla creazione dell’Europa di Schengen dal 1995. 40.000 morti nel Mediterraneo. Com’è possibile? 

Ebbene, se immaginiamo i tre criteri di cui parlavo poco fa (la stranezza, l’estraneità, l’esteriorità) e ci eleviamo al di sopra di essi, troviamo la felicità di vivere nel mondo, una felicità cosmopolita, la gioia di spostarsi su un pianeta in cui i propri diritti valgono ovunque e la propria cultura è rispettata ovunque. Certo, sono in pochi a viverla, ma possiamo immaginare questo stile di vita, ed è più facile se siamo bianchi, europei e maschi, meno se siamo neri, africani e donne. La condizione di straniero per gli uni e gli altri è ben diversa e se andiamo fino in fondo nell’analisi troviamo l’inferno del cosiddetto alieno, che è colui che è totalmente altro, che possiamo lasciar morire senza chiederci se ci sia un’umanità che ci accomuna, perché non lo vediamo nemmeno. 


Michel Agier è antropologo, directeur d’études presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi e ricercatore presso l’Istituto di ricerca per lo sviluppo (IRD), conduce e pubblica ricerche sulla globalizzazione, sui migranti e sulle frontiere dalla fine degli anni Novanta. È stato visiting professor in numerose università europee e americane. Tra le sue pubblicazioni si segnalano: La giungla di Calais. I migranti, la frontiera e il campo (Milano 2018) e, in lingua originale, La condition cosmopolite. L’anthropologie à l’épreuve du piège identitaire (Parigi 2013); Un monde de camps (Parigi 2014); Anthropologie de la ville (Parigi 2015); Définir les réfugiés (Parigi 2017); L’étranger qui vient. Repenser l’hospitalité (Parigi 2018).