Umberto Curi. Riflessioni sulla pandemia 

La cancellazione della morte 

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Umberto Curi, autore del saggio Le parole della cura. Medicina e filosofia, pubblicato nel 2017 da Cortina, intervistato nel marzo 2021, parla degli effetti della pandemia sulla concezione filosofica della vita e della morte. 

Uno degli effetti perversi della pandemia è stato il progressivo affievolimento di un approccio critico, sopraffatto dalla necessità di fronteggiare la situazione di emergenza, che ha condotto poco alla volta all’offuscamento della capacità di riflessione critica autonoma e al prevalere dell’emotività. 

Al contrario, bisognerebbe rendere ancora più rigorosa l’analisi, ricordando la distinzione aristotelica tra bios e zoè, ossia tra la vita dedicata a quella forma di contemplazione che è la conoscenza e la vita che si risolve nell’azione. Mentre la zoè, infatti, è la dimensione puramente animale e vegetativa del vivere, che accomuna gli uomini a tutte le altre forme viventi, il bios è un modo di concepire la vita come dato ricco di esperienze culturali. 
In clima di pandemia si è privilegiata l’accezione della vita come zoè e l’istituzione medica si è concentrata sulla salvaguardia di questa dimensione, talora a danno della valorizzazione di una accezione più ricca della vita. 

Ma c’è anche un altro aspetto che sembra trascurato nel dibattito odierno: la pandemia ha cancellato la morte. La morte non è un evento ma è un processo la cui modalità di realizzazione non è affatto irrilevante. I pazienti che si aggravano imboccano la strada spesso senza ritorno delle terapie intensive, che affrontano senza alcun contatto con i loro affetti, e la morte che sopravviene è una modalità del morire contro la quale per secoli si è cercato di contrapporre un modo di morire che rispettasse la sacralità della persona.

La morte è il termine correlativo della nascita, non della vita, come comunemente si crede, perché nascita e morte sono entrambi momenti della vita. Pertanto, è fondamentale aver cura delle modalità del morire. In conclusione, la pandemia non solo ci ha portato via la vita, ridotta a pura zoè, ma sta cancellando anche quella modalità del morire che già per gli antichi era una delle forme più importanti in cui poteva esprimersi la filosofia. Nel Fedone Platone dice che la filosofia altro non è che prepararsi a morire. 


Umberto Curi è professore emerito di Storia della filosofia presso l’Università di Padova e docente presso l’Università “Vita e salute” San Raffaele di Milano. È stato visiting professor presso numerosi atenei europei e americani. Nei suoi studi si è occupato della storia dei mutamenti scientifici per ricostruirne l’intima dinamica epistemologica e filosofica. Più di recente si è volto a uno studio della tradizione filosofica imperniato sulla relazione tra dolore e conoscenza e sui concetti di logos, amore, guerra e visione. Tra le sue pubblicazioni: La cognizione dell’amore. Eros e filosofia (Milano 1997); Polemos. Filosofia come guerra (Torino 2000); Lo schermo del pensiero. Cinema e filosofia (Milano 2000); Il farmaco della democrazia (Milano 2003); La forza dello sguardo (Torino 2004); Un filosofo al cinema (Milano 2006); Terrorismo e guerra infinita (Assisi 2007); Meglio non essere nati. La condizione umana tra Eschilo e Nietzsche (Torino 2008); Miti d’amore. Filosofia dell’eros (Milano 2009); Straniero (Milano 2010); Via di qua. Imparare a morire (Torino 2011); Passione (Milano 2013); L'apparire del bello. Nascita di un'idea (Torino 2013); La porta stretta. Come diventare maggiorenni (Torino 2015); I figli di Ares. Guerra infinita e terrorismo (Roma 2016); La brama dell’avere (con S. Chialà, Trento 2016); Le parole della cura. Medicina e filosofia (Milano 2017); Veritas indaganda (Nocera Inferiore SA 2018); Il colore dell’inferno. La pena tra vendetta e giustizia (Torino 2019).