Stefano Bartezzaghi: Cent'anni di solitudine

La scoperta della lettura

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Stefano Bartezzaghi racconta che a dieci anni ebbe in regalo da uno zio Cent'anni di solitudine. Lo lesse l'anno, capendoci poco e restando turbato da alcune scene. È stato il libro della sua adolescenza: dall'età di undici anni ogni anno lo rileggeva fino ai diciassette anni. Era diventato un rituale e a ogni rilettura questo libro cresceva, gli diceva di più.

Il capolavoro  di Gabriel García Márquez esce nel 1967 a Buenos Aires. Narra le vicende di sette generazioni della famiglia Buendía, il cui capostipite, José Arcadio, fonda alla fine del XIX secolo la città di Macondo. Questo il  celebre incipit del romanzo nella traduzione di Enrico Cicogna:

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.

Gabriel García Márquez soprannominato Gabo, nasce ad Aracataca il 6 marzo 1927. Dopo una serie di esperienze giornalistiche e televisive, pubblica Foglie morte (1955). Seguono Nessuno scrive al colonello (1961), i racconti I funerali della Mamá Grande  (1962) e La mala ora (1962). La sua opera di maggior successo è Cent’anni di solitudine (1967). Nel 1970 scrive Racconto di un naufrago, nel 1972 La incredibile e triste storia della candida Eréndira e della sua nonna snaturata,nel 1974 e la raccolta di articoli Un giornalista felice e sconosciuto. Torna al romanzo con L’autunno del patriarca (1975), in cui rievoca la figura  di un dittatore sudamericano. La sua produzione, quasi interamente tradotta in italiano, comprende i romanzi Cronaca di una morte annunciata (1982), L’amore ai tempi del colera (1985) e Il generale nel suo labirinto (1989), narrazione degli ultimi giorni di vita di Simon Bolívar. Del 1992 è, invece, la raccolta di racconti Dodici racconti raminghi, a metà tra realtà e fantasia; Dell’amore e altri demoni (1994) che racconta di una ragazza internata in un convento in quanto ritenuta indemoniata. Del 2002 l’autobiografia  Vivere per raccontarla (2002) e Memoria delle mie puttane tristi (2004) su un vecchio giornalista che, a novant'anni, trascorre una notte con una ragazzina illibata. La sua attività pubblicistica è stata parzialmente pubblicata in A ruota libera 1974-1995 (2003). Nel 2012 è stata edita in Italia la raccolta Tutti i racconti. Muore a Città del Messico il 17 aprile 2014. Nel 1982 ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura.

 
Stefano Bartezzaghi nasce a Milano il 20 luglio 1962. Pubblica il primo rebus nel 1971, per La Settimana Enigmistica. Ha collaborato con le principali riviste di enigmistica italiane e, dopo la laurea in Discipline delle arti, della musica e dello spettacolo, ha curato diverse rubriche su giochi, libri e linguaggio per testate giornalistiche, quali La Stampa, e radiofoniche, come Radio Due e Radio Deejay. Dal 2000 cura le rubriche Lessico e nuvole e Lapsus per il quotidiano La Repubblica, e dal 2010 insegna Semiotica dell’enigma all’università IULM di Milano. Tra i suoi lavori più recenti: Lezioni di enigmistica (2001), Incontri con la Sfinge (2004), Non ne ho la più squallida idea (2006), Non se ne può più (2010), Sedia a sdraio (2011), Come dire. Galateo della comunicazione (2011), Una telefonata con Primo Levi (2012), Dando buca a Godot (2012), Il falò delle novità (2013), M. Una metronovela (2015), La ludoteca di Babele (2016) e Parole in gioco (2017).