Un ritratto di Antonia Pozzi

Poesia che mi guardi di Marina Spada

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Alla figura delicata e fragile di Antonia Pozzi, poetessa milanese morta suicida a soli ventisei anni, capace di versi intensi e ammalianti troppo presto dimenticati, è dedicato il film-documentario Poesia che mi guardi della regista Marina Spada. Il documentario, prodotto da Miro Film  nel 2009, è stato presentato fuori concorso alla 66ma Mostra del Cinema di Venezia. Impreziosito da immagini d'epoca di Antonia Pozzi, tratte dai filmati di famiglia, Poesia che mi guardi tratteggia un ritratto intimo ed intensissimo della poetessa, oltre a un'accurata testimonianza sulla sua personalità e sulla sua opera. In questa intervista Marina Spada ci parla del progetto che ha realizzato attraverso la lavorazione del documentario e del suo sguardo sulla figura della poetessa e della donna.
 
Antonia Pozzi nasce a Milano il 13 febbraio 1912 in una famiglia facoltosa, il padre era un avvocato di prestigio, la madre una contessa.Si accosta alla poesia fin dall'adolescenza. Dopo gli studi classici al liceo Manzoni, si iscrive alla facoltà di Filologia della Statale di Milano. Gli anni universitari sono caratterizzati da intense e fraterne amicizie, fra cui quella con il coetaneo Vittorio Sereni, ma anche dalla profonda depressione iniziata fin dai tempi del liceo a causa della relazione con il professore di latino e greco Antonio Maria Cervi, di cui Antonia è profondamente innamorata ma che la famiglia osteggia pesantemente. Anima appassionata e fragile, Antonia Pozzi resta sempre estremamente vulnerabile sul piano affettivo e sentimentale, riversando i proprio turbamenti nelle poesie di cui riempiva interi quaderni. Innamorata della natura, che rappresenta per lei un vero e proprio rifugio interiore e che compare come una sorta di costante nelle sue opere, Antonia vive con disagio la situazione politica e sociale del suo tempo, il cui clima sempre più cupo sembra influenzare progressivamente anche il suo stato d'animo e il suo sguardo sulla vita. Il 15 settembre 1937, pochi mesi prima del suicidio, scrive all'amica Elvira Gandini:

Perché è così: prima si sbaglia, ci si perde, ci si arrampica per astratte impalcature intellettuali, finché la vita un bel giorno comincia, coi suoi gesti leggeri e sapienti, a richiamarci a lei: è come aprire gli occhi ad un tratto e ritrovarsi su una striscia di prato al sole, vicino alle pietre e alle piante. Il senso della vita non è più sparso, nel cervello, nelle mani, negli occhi, ma è tutto raccolto nel centro del petto, come un enorme fiore o come una corazza: e il domani non è più che portare sempre più in avanti quel fiore, sereni, eretti, per una grande strada bianca.

Ed è proprio nelle sue stesse parole, in quella vulnerabile corazza che Antonia descrive e con la quale sembra cercare invano di proteggersi, che forse si può scorgere l'anticipazione di quella "disperazione mortale" di cui parla nel suo biglietto d'addio, quando il 3 dicembre del 1938 sceglie di darsi la morte con un flacone di barbiturici. Il padre tenta a lungo di coprire lo scandalo del suicidio, attribuendo la sua scomparsa a una polmonite ed evitando di far trapelare per molto tempo le sue opere, oggi quase tutte edite.
Preghiera
 

Signore, tu lo senti
ch’io non ho voce più
per ridire
il tuo canto segreto.
Signore, tu lo vedi
ch’io non ho occhi più
per i tuoi cieli, per le nuvole tue
consolatrici.
 
Signore, per tutto il mio pianto,
ridammi una stilla di Te
ch’io riviva.
 
Perché tu sai, Signore,
che in un tempo lontano
anch’io tenni nel cuore
tutto un lago, un grande lago,
specchio di Te.
Ma tutta l’acqua mi fu bevuta,
o Dio,
ed ora dentro il cuore
ho una caverna vuota
cieca di Te.
 
Signore, per tutto il mio pianto,
ridammi una stilla di Te,
ch’io riviva.