Sandro Bonvissuto, La gioia fa parecchio rumore

Sandro Bonvissuto, La gioia fa parecchio rumore

Un romanzo polifonico sulla fede calcistica

Sandro Bonvissuto, La gioia fa parecchio rumore

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Sono passati otto anni dalla pubblicazione presso Einaudi di un breve libri di racconti di Sandro Bonvissuto, Dentro, piaciuto molto sia alla critica che al pubblico. Da allora in tanti si chiedevano che fine avesse fatto il suo autore e aspettavano un suo nuovo lavoro. La nuova prova letteraria di questo originalissimo scrittore romano è un testo polifonico, trascinante, che mescola ironia, tenerezza, nostalgia, facendo ricorso a un linguaggio che passa da alto e a basso, da italiano a dialetto romanesco. In apparenza La gioia fa parecchio rumore si presenta come un libro sul calcio, anzi su una squadra di calcio, la Roma, e a fare da filo conduttore c' è la passione per la squadra giallorossa. Per il giovane protagonista questa è un' autentica fede, con riti e miti, che finisce per condizionare qualsiasi aspetto della vita, ma il libro è anche un romanzo di formazione che descrive una serie di personaggi ingenui e veraci. Il padre la madre, lo zio, la "tribù" che accompagna la crescita del protagonista è composta da personaggi popolari, spassosi nella loro "romanità", osservati con uno sguardo affettuosamente nostalgico, riservato anche ai tanti oggetti che hanno accompagnato chi è cresciuto in quegli anni e che Bovissuto sapientemente evoca. Una godibilissima immersione in un mondo scomparso che si incide nella memoria con il suo carico di struggimento e di divertimento, riflessione, saggezza.  Grazie alla passione dello scrittore per la sua città, Roma finisce per essere la più autentica protagonista del romanzo.
E Roma ha una sua luce. Nei pomeriggi di luglio, fra il Palatino e l' Aventino, c'è come un fiume di fotoni che da Caracalla camminano verso il Campo Boario, in quella direzione dove abita il giorno che non conosce notte. È  come se il sole andando a casa sua passasse da qui, da duemila anni e più, trascinando dietro di sé il suo mantello d'oro, quello che indossa ogni sovrano, un lungo tappeto abbagliante, un prato di grazia e di scintille che lascia nell' aria un riverbero di qualcosa che nessuno sa definire.
Sandro Bonvissuto è nato nel 1970, fa il cameriere in un'osteria romana ed è laureato in filosofia. Per Einaudi ha pubblicato Dentro (2012), è fra gli autori di Scena padre (2013) e La gioia fa parecchio rumore (2020).


Di seguito l' intervista di Rai Letteratura

 “Chi sa tutto di calcio non sa niente di calcio” disse una volta uno degli allenatori più celebri del mondo, Jose Mourinho. Ma è un motto che potrebbe attagliarsi bene anche al suo libro, che infatti usa il nostro sport più popolare come cavallo di Troia per raccontare soprattutto altro e dunque è assolutamente godibile anche per chi appunto “non sa niente di calcio”. È  d’accordo? 

Sarebbe bene che i libri li potessero leggere tutti, anzi penso sempre che un libro mio per essere giusto in quanto a forma e sostanza debba piacere a mia nonna, più che all'Accademia della Crusca. In questo in particolare si parla di cose diverse dal pallone, è vero, si gira intorno piuttosto che puntare dritto alla conoscenza pura dei concetti. La letteratura è notoriamente un grande equivoco, ma il mondo che vediamo pure; si mostra sempre vestito di una delle tante maschere che proteggono il mistero di cui è intriso. È  bene che realtà e scrittura allora comincino a parlare la stessa lingua allora, sbieca e obliqua. Certo non voglio con questo dire che la letteratura rifiuti la verità, ma diciamo che nemmeno la esige. 

A conferma di quanto dicevamo, colpisce che nel libro siano citate pochissime squadre o partite e addirittura, se non ricordo male, nessun giocatore della Roma viene mai nominato esplicitamente, pur essendo la passione per la squadra giallorossa un tema centrale del libro. Una scelta voluta? 

Credo che la grande scommessa che debba vincere uno scrittore adesso sia dimostrarsi bravo a togliere. La partita si gioca tutta lì.  

Il rapporto del bambino e della “tribù “che lo circonda con la squadra del cuore è assoluto, totalizzante, fideistico. Più di una volta emerge il paragone tra la fede per la Roma e quella religiosa, che qui paiono assomigliarsi. È così per lei? 

Siamo figli di un paese cattolico, e abbiamo ricevuto tutti un'educazione fortemente religiosa, è giusto che quelli come noi arrivino a pensare l'adesione a una seconda fede proprio come sono stati abituati ad approcciare la prima. I canoni, infatti, sono i medesimi: dio, profeti, giorni di festa, santi, immagini e oggetti sacri. È una questione antropologica, ci comportiamo lo stesso in quel modo, anche se cambia la causa religiosa.  È come quando mangiamo la cucina cinese, però con la forchetta, lo facciamo perché siamo abituati a nutrirci così, con quello strumento. 

Una delle chiavi di lettura del libro è certamente la descrizione del clan familiare e più in generale del contesto in cui il protagonista cresce: un universo popolare, allegro, chiassoso. Potremmo dire che lei lo contempli con un'ironia e una affettuosa nostalgia? 

L'ironia fa parte della dotazione di base di ogni romano che si definisca tale, senza alterazione della verità e dimestichezza col paradosso, non si può vivere all'interno del Grande Raccordo Anulare. La nostalgia è la pinza con la quale si pesca dal secchiello dei ricordi, quelli di più vera e ingenua felicità. La famiglia invece, intesa come clan, è uno dei fenomeni sociali più indagati dalla scrittura, e la versione italiana di questa società umana, un classico senza tempo, che ci pone ai massimi livelli estetici del settore; stare insieme e condividere la vita come lo facciamo noi è qualcosa che non è stato mai superato da altre civiltà. La famiglia nel modo in cui è avvenuta nel nostro paese è come la letteratura del 300 italiano, ce l'abbiamo solo noi.  

Due parole sul linguaggio. Risponde a una scelta consapevole questo alternare alto e basso, spassosissime battute in dialetto romanesco a citazioni colte di filosofi greci? 

Il basso e l'alto insieme nella stessa pagina costituiscono il carattere di questo libro, il dialetto e riferimenti alla cultura classica il suo azzardo, e questo movimento da sotto a sopra la sua etica. Ne nasce quasi un duello fra le due dimensioni, una tensione. Ma in realtà  non bisogna rimanere né in basso né in alto. Il  compito di questo dualismo è essenzialmente quello di accompagnare il lettore lungo le pagine verso un'altra destinazione.  

Il totocalcio, il flipper, il panino con la frittata da mangiare allo stadio attendendo il fischio d’ inizio, ma anche il biliardino, il gioco della microguida Conti con cui il ragazzino protagonista passa le giornate al bar. Possiamo dire che il suo libro è permeato da  un nostalgico affetto che avvolge le cose oltre che le persone? 

L'infanzia è un giardino stregato che mi tiene sotto scacco, una specie di sequestro sentimentale, un incantesimo che agisce su di me con un'attrazione magnetica. Ci ho vissuto e ci vivo ancora, mi ci rinchiudo spesso come fa un animale in una tana. Alcuni giorni esco giusto per fare un giro. È vero che si tratta anche di una trappola, ma lì dentro sono nel mio regno, sono il re del mondo, come il ragazzino al volante della microguida Conti. Il futuro costituisce un grande valore, ma non ha l'affettività del passato; certi giorni sembra solamente la direzione nella quale gira il mondo. Più amo il futuro, più mi scopro amato dal passato. 

Il mondo del pallone che lei descrive ha ormai poco da spartire con quello iperprofessionale di oggi, con le tv che fanno il bello e il cattivo tempo. Quanto ancora riesce ad appassionarla il calcio moderno? 

Il calcio moderno mi disgusta. seguo solo la Roma perché non posso farne a meno. Non ho mai smesso di ascoltare la radio, e non vado quasi più allo stadio. Secondo me non è buon segno, cioè io sono come le api, se smetto di frequentare un giardino fiorito è perchè qualcuno ha avvelenato la fontana dei bambini. 

Lei ha pubblicato otto anni fa un libro di racconti intitolato Dentro che piacque parecchio a critica e pubblico. Posso chiederle cosa ha fatto dal 2012 ad oggi e perché i suoi lettori hanno dovuto attendere tanto per tornare a leggerla? 

Io lavoro come cameriere in una trattoria da vent'anni, la scrittura è una passione. Dentro ha avuto un rinculo potentissimo e sotterraneo, un'eco che non si spegne ancora. Superare quel libro era diventata per me una specie di sfida. Ma scrivere è una sfida grottesca, che spesso si gioca beffardamente senza avversari. Insomma con la scrittura bisogna avere tanta pazienza. E con me anche. Così ha detto mia madre.