Dalla letteratura al cinema

    Dieci ottimi film tratti da grandi romanzi

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    È opinione diffusa che il film non sia mai all’altezza del libro da cui è tratto, ma questo non sempre è vero, e le eccezioni che confermano la regola sono alcuni tra i più straordinari adattamenti cinematografici di sempre, che non solo reggono il paragone, solitamente impietoso, con il libro, ma sfruttando il linguaggio del cinema riescono spesso ad inserire un punto di vista totalmente inedito e dunque un vero e proprio valore aggiunto rispetto all’opera originale.

    Procedendo in ordine cronologico, cominciamo con Il buio oltre la siepe, film di Robert Mulligan del 1962, tratto dall’omonimo romanzo (titolo originare To kill a Mockingbird, ossia letteralmente “uccidere un usignolo”) di Harper Lee del 1960. E se il romanzo vinse il premio Pulitzer nel 1961, il film ottenne ben otto nomination ai premi Oscar e ne vinse tre, tra cui quello come miglior attore protagonista a Gregory Peck.
     
    Il gattopardo di Luchino Visconti (1963), tratto dall’omonimo libro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, pubblicato postumo nel 1958 (dopo una tormentatissima storia editoriale dovuta al rifiuto di diversi eccellenti editori prima di trovare pubblicazione finalmente presso Feltrinelli) e vincitore del premio Strega l’anno successivo, è senza dubbio uno dei capolavori della cinematografia italiana: interpretato da Burt Lancaster, Alain Delon e dalla splendida Claudia Cardinale, si aggiudicò la Palma d’oro a Cannes.

    Altro gioiello della cinematografia italiana che è stato acclamato ben oltre i confini nazionali è Il giardino dei Finzi-Contini, diretto da Vittorio De Sica nel 1970 e adattamento del romanzo di Giorgio Bassani del 1962 vincitore del Premio Viareggio. Nonostante Bassani, dopo aver collaborato alla sceneggiatura e ai dialoghi si fosse dissociato dal film (pare perché non condividesse alcune modifiche alla trama originale), la pellicola ebbe un successo straordinario, e tra i molti riconoscimenti vinse anche l’Orso d’oro a Berlino nel 1971 e il premio Oscar come miglior film straniero nel 1972. 

    Nel 1979 Francis Ford Coppola dirige quello che forse è il più interessante adattamento cinematografico da romanzo di tutti i tempi: Apocalypse Now, tratto da Cuore di tenebra (1899) di Joseph Conrad. Oltre ad essere un capolavoro di regia e uno tra i migliori film sulla guerra del Vietnam, pur mantenendo l'ossatura fondamentale del romanzo trasporta la vicenda dal Congo coloniale al Vietnam durante la guerra con gli Stati Uniti. Il personaggio di Kurtz, interpretato da Marlon Brando, esprime perfettamente il dilemma morale della guerra e della violenza dell'uomo sull'uomo: "L'orrore...". Il film vince la Palma d'oro a Cannes e due premi Oscar.

    Un insolito capolavoro, appartenendo a un genere cinematografico spesso considerato di serie B e cioè l’horror, è senza dubbio Shining di Stanley Kubrik, uscito nel 1980 come adattamento dal romanzo del 1977 di Stephen King, che come è noto ne prese le distanze (abbastanza inspiegabilmente). Anche grazie alla straordinaria e indimenticabile interpretazione di Jack Nicholson, che suggerisce come l’orrore più spaventoso può nascondersi e risvegliarsi improvvisamente in chiunque, Shining è probabilmente il miglior film horror della storia del cinema. 

    Altro genere cinematografico spesso snobbato, cui appartiene però un altro grandissimo film, è la fantascienza, e Blade runner, di Ridley Scott (1982), tratto dal romanzo di Philip Dick Il cacciatore di androidi del 1968, ne è una pietra miliare. Indimenticabili le atmosfere cupe, avveniristiche, e claustrofobiche di una metropoli inghiottita dalla pioggia e dallo smog, ma anche la commovente metafora della fragilità dell’esistenza umana, interpretata dall’androide morente la cui memoria secolare si perderà “come lacrime nella pioggia”.

    Di tutt’altro genere e atmosfera è invece La mia Africa (1985) di Sydney Pollack, adattamento molto libero dell’autobiografia di Karen Blixen del 1937. Il film, con Meryl Streep, che interpreta la baronessa Blixen e Robert Redford nei panni dell’indimenticabile cacciatore Denys Finch-Hatton, spirito libero profondamente innamorato di un’Africa destinata a scomparire, vince innumerevoli premi tra cui 7 premi Oscar (su 11 nomination). 

    Il nome della rosa, diretto nel 1986 dal regista francese Jean-Jacques Annaud, nonostante non possa certo competere con la ricchezza del romanzo di Umberto Eco del 1980, vincitore del premio Strega nel 1981 e tradotto e amato in tutto il mondo, è senza dubbio uno splendido adattamento, anche grazie all’interpretazione di Sean Connery nei panni del protagonista Guglielmo da Baskerville, e di Frank Murray Abraham in quelli del suo antagonista, Bernardo Gui.

    Forse il caso più eclatante di adattamento cinematografico davvero colossale, per il quale è stato dispiegato un sorprendente impiego di mezzi, è la trilogia de Il signore degli anelli, diretta da Peter Jackson (2001-2003), che è riuscita non solo a fare incetta di premi in tutto il mondo (tra cui ben 17 premi Oscar), ma anche ad accontentare gli esigentissimi amanti della straordinaria opera originale, il romanzo fantasy di J. R. R. Tolkien del 1954-55.

    Ultima di molte altre trasposizioni ma probabilmente la migliore (nonostante un’intramontabile Lawrence Olivier nei panni di Darcy nel film del 1940), nel 2005 arriva Orgoglio e pregiudizio di Joe Wright, con Keira Knightley e Matthew Macfadyen, che oltre a vantare la migliore ambientazione di sempre (mirabili sia la fotografia che i costumi), ha il pregio di seguire molto fedelmente il libro di Jane Austen, tanto da riportare alcuni dialoghi quasi identici, e di renderli assolutamente godibili nonostante quasi due secoli trascorsi dalla sua prima edizione (del 1813), naturalmente per la gioia degli amanti del romanzo.