Leonard Cohen

Tra zen e poesia

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La camicia bianca e il completo nero impeccabile. Il Borsalino, spesso appoggiato all'asta del microfono. L'incedere elegante sul palco. L'aspetto signorile, appena un po' blasè. La voce fascinosa e profonda.  

Letterato raffinato e rockstar, ebreo ortodosso ed eremita zen (per quasi 15 anni si è ritirato nel tempio buddista di Mount Baldy in California, un'assenza terminata solo con il ritorno sulle scene nel 2008), Leonard Cohen è sempre rimasto un poeta prestato per caso alla musica. 

Suzanne, il celebre brano d'esordio del 1967, è il successo inaspettato che ne definisce lo stile: un erotismo languido e sofferto in una cornice di minimalismo folk che pare quasi marginale. E invece l'ordine è preciso e severo: una raffinata ragnatela di sillabe e note che portano ad un mondo di segreto desiderio. 

L'impulso sensuale si trasfigura in tensione dell'anima. Tutto in Leonard Cohen è slancio verso l'alto, è lotta tra corpo e spirito. Tra il rigore biblico di Abramo, descritto nell'attimo in cui sta per sacrificare Isacco a Dio (nel brano del 1969 Story of Isaac) e il fluido misticismo di Giovanna D'Arco, l'eroina santa che nel brano omonimo del 1971 sale sul rogo vestita da sposa e si arrende alla morte come se fosse un amante.

Perfino la politica è inquietudine spirituale: “Ridatemi il muro di Berlino, Stalin e San Paolo, datemi Cristo o Hiroshima”, diceva nel 1992 la controversa Democracy

Leonard Cohen peccatore e santo, perché "santo è colui che ha assaggiato le più remote possibilità umane e accettato il caos”. Sta tutta qui la sua umanità rovinosa e travolgente, la sua coerenza nella ricerca della contraddizione. 

Un percorso che, in fondo, è anche il nostro.