Alla ricerca della perfezione

    I novant'anni di Sonny Rollins

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    A volte, in una famiglia sono gli zii a fare la differenza. Soprattutto se suonano il sax. È il caso dei Rollins. Theodore Walter, "Sonny" per gli amici, era accerchiato: tra i genitori, originari delle isole Vergini e appassionati di musica da ballo caraibica, e il fratello, violinista classico, spunta uno zio sassofonista che ama il blues e che dà una sterzata agli orientamenti musicali del nipotino. Sonny Rollins, a undici anni, imbraccia quello stesso strumento e non lo lascerà mai più. Nemmeno oggi, nel 2020, che ha compiuto novanta anni.

    Gli idoli del giovane Sonny sono quelli di tutti i sassofonisti e degli amanti del jazz degli anni Quaranta: i capiscuola del sax tenore, Coleman Hawkins e Lester Young, così divergenti tra loro, eppure “fusi” nelle sue sonorità; Charlie Parker (sax alto), che di quella musica e di quello strumento ha rivoluzionato il lessico; Dexter Gordon, tra i primissimi a perfezionare, sul sax tenore, il linguaggio del be bop. E poi, Thelonious Monk, J. J. Johnson, Bud Powell, Miles Davis, Dizzie Gillespie, Art Blakey, Sonny Stitt, John Lewis, Max Roach, Ornette Coleman coi quali, a partire dal 1949, suonerà e otterrà i primi successi e la rapida crescita di una meritata fama.

    Tra le sue prime composizioni ad imporsi c’è Freedom suite, del febbraio 1958, con la quale si schiera apertamente dalla parte di Martin Luther King e delle lotte per i diritti civili degli afroamericani.

    L’America ha radici profonde nella cultura nera: le sue espressioni di gergo, il suo umorismo, la sua musica. Quale ironia che il Nero, che più di ogni altro può rivendicare come propria la cultura dell’America, sia perseguitato e represso; che il Nero, che nella sua stessa esistenza ha dato tanti esempi di umanità, sia ricambiato con un trattamento inumano
    Sonny Rollins

    Rollins è un artista tormentato, esige molto da se stesso, è alla ricerca, estenuante, della perfezione. Alla fine degli anni Cinquanta, sente il bisogno di ritirarsi dalle scene per approfondire lo studio dello strumento.

    Si era messo a studiare il sassofono con accanimento, come se dovesse ricominciare tutto da capo, e aveva tanto insistito con gli esercizi che era stato costretto dalle proteste dei vicini di casa a scegliersi un posto isolato per far pratica sullo strumento. Trovò allora che nessun luogo andava meglio del ponte di Williamsburg, che collega Manhattan con Brooklyn, a poca distanza da casa sua. Spesso, a fargli compagnia, arrivava Steve Lacy, un altro sassofonista perennemente alla ricerca di se stesso. Il ponte di Williamsburg sarebbe entrato fra le leggende del jazz.
    Arrigo Polillo, ’Jazz’

    Nel 1961, torna da leader con esibizioni dal vivo e incisioni in studio. Negli anni successivi, si avvicina alle filosofie orientali, viaggia e suona in Europa, compone colonne sonore per il cinema, alternando sovraesposizioni a pause di raccoglimento.

    Fino al 2012, ultima data in cui si è esibito in pubblico, è rimasto un improvvisatore con pochissimi eguali e uno dei più importanti tenorsassofonisti jazz a cui, da parte di prestigiose organizzazioni culturali e istituzionali americane ed europee, sono stati tributati numerosi riconoscimenti.