Lo Speciale che Rai Cultura dedica all’artista e patriota romano Giovanni Costa (1826-1903), noto come Nino Costa, vuole ricordare i duecento anni di nascita di questa interessante, affascinante ed originale figura che merita di essere riscoperta e valorizzata, perché ancora poco nota al grande pubblico
Lo Speciale propone il prezioso contributo di due Storiche dell’arte, Arianna Angelelli (Sovrintendenza Capitolina, Galleria d’Arte Moderna) e l’esperta di Ottocento italiano Chiara Stefani (Ministero della Cultura; Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea) che, nell’occasione, intervengono su quattro opere emblematiche del percorso artistico di Costa, tele oggi conservate nelle Gallerie comunali e nazionali di Roma, dove le studiose operano.
Nato a Roma il 15 ottobre 1826 e morto a Marina di Pisa il 31 gennaio del 1903, Nino Costa non fu solo pittore, ma anche un patriota risorgimentale; fin da giovane, infatti, coltivava l’impegno per la politica che lo vide convinto partecipe delle vicende relative all'Unità d'Italia. Arruolato volontario nel 1848 nella Prima Guerra d’Indipendenza, un anno dopo prendeva parte alla stagione della Repubblica Romana dimostrando un’indole eroica che fu una componente strutturale del suo carattere, un riflesso visibile anche nella stessa “urgenza morale” con la quale Costa intendeva la sua pittura.
Dopo la caduta della Repubblica, come molti democratici e garibaldini, Costa fu costretto a una vita irregolare fatta di spostamenti, lunghi periodi lontani da Roma che lo portarono a viaggiare in Inghilterra e in Francia, dove ebbe relazioni intellettuali che si sarebbero rivelate decisive per la sua maturità artistica.
Da intellettuale inquieto rifiutò fin da subito le convenzioni accademiche e pur avendo frequentato gli studi di pittori neoclassici, si fece promotore instancabile di un’idea di arte fondata sul rapporto diretto con una natura “vera” e vissuta con sincerità.
La sua produzione artistica, incentrata perlopiù sul paesaggio, accompagna e incrementa la ricerca e lo studio di un genere importante nella scena internazionale dell’Ottocento, pensiamo ai più noti Macchiaioli toscani con i quali l’artista entrò in contatto, o anche agli Impressionisti francesi.
Fu proprio la pittura ottocentesca di paesaggio, per un secolo studiata, indagata e sviscerata nei suoi diversi aspetti, a partire dal Romanticismo, a promuovere un nuovo sentire ed un operare di quell’arte che oggi definiamo “moderna”.
La vicenda umana e artistica di Costa si colloca in un momento cruciale della cultura italiana, quando il paesaggio smette progressivamente di essere semplice sfondo e diventa luogo di meditazione, verità e sentimento.
Da metà Ottocento circa, fino a fine secolo, nella pittura di Costa si assiste a quel lento e progressivo passaggio dal Naturalismo della francese “Scuola di Barbizon”, alle poetiche del Simbolismo internazionale, transitando attraverso le moderne suggestioni inglesi dei Preraffaelliti, di cui l’amico Frederic Leighton era un esponente.
Costa ebbe anche il ruolo di promotore culturale e da uomo di idee fu capace di riunire vicino a sé “sodalizi” di sensibilità diverse, artisti italiani e stranieri. Fondò e animò il “Golden Club” (1875), poi la “Scuola Etrusca” (1883) e infine, “In Arte Libertas” (1887), associazione destinata ad avere un peso rilevante nella vita artistica italiana di fine secolo. Vicino alla cultura inglese, Costa aveva approfondito la conoscenza di quell’estetica morale e sociale teorizzata da John Ruskin per cui, nei suoi ultimi anni, tornato in Italia e attivo nella vita pubblica romana, si spendeva per salvaguardare l’Urbe da una speculazione edilizia postunitaria che stava cancellando "la patina del tempo", distruggendo irrimediabilmente le ultime “pietre” fondanti delle architetture cittadine.
Tutte le sue iniziative riflettono la ferma convinzione che l’arte dovesse tornare ad essere libera, sincera, fondata sulla natura, nutrita di sentimento, poesia e coscienza morale. In questo senso, Costa fu un vero maestro spirituale per molti artisti italiani e stranieri influenzati dalla sua idea di bellezza. In Inghilterra, per esempio, ebbe estimatori, amici ed allievi; la sua fama internazionale pur non clamorosa, fu solida e colta, legata a un pubblico capace di cogliere la finezza spirituale della sua pittura.
L’eredità che lascia Costa coincide con un modo di intendere l’arte come fedeltà ad un “vero” che non è il crudo “realismo” di una certa pittura ottocentesca, ma un “vero” che include la “verità” morale e la disciplina interiore di un uomo libero.
Se i Macchiaioli hanno conquistato una più ampia fortuna critica e collezionistica, Costa merita di essere considerato il pioniere e uno dei protagonisti più sottili di quel vasto processo di rinnovamento che lentamente apriva un varco nella pittura italiana dell’Ottocento per un dialogo con la scena artistica europea.
FOTO DI COPERTINA
Giovanni Costa, Un bacio del sole morente alla pineta odorosa, 1890 circa, olio su tela, 23x48cm., Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma