Gian Luigi Paltrinieri. La contingenza è un dato fenomenologico?

Severino e Heidegger fenomenologi

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Gian Luigi Paltrinieri, intervistato in occasione del congresso internazionale Heidegger nel pensiero di Severino. Metafisica, Religione, Politica, Economia, Arte, Tecnica, che si è tenuto dal 13 al 15 giugno a Brescia, illustra i punti essenziali della sua relazione, di cui pubblichiamo di seguito il testo dell’abstract.

L’affermazione portante dell’intero pensiero severiniano, «L’essere (l’intero) non si annulla, e non esce da una iniziale nullità», negarlo è intrinsecamente contraddittorio (La struttura originaria, 1958, Adelphi, Milano 1981, p. 519), è affermazione che «verte su di un punto logico» (ivi, p. 105), ove «il principio di non contraddizione non ha un valore semplicemente logico […], ma ha anche valore ontologico» (ivi, p. 517). A ciò si lega un aspetto non meno notevole: che quanto compete alla «struttura originaria» è «immediatamente presente» (ivi, p. 126) ed è insieme «immediatezza logica» e «immediatezza fenomenologica» (ivi, p. 196). Detto in altri termini, «il principio di non contraddizione ha [comunque] un valore sintetico [a posteriori]», altrimenti sarebbe possibile
«negare che l’essere che si manifesta nell’orizzonte fenomenologico sia incontraddittorio», quasi che «l’effettualità» esperita smentisse «l’incontraddittorietà affermata dal principio» (ivi, p. 198). Il contributo che qui propongo in forma di abstract riguarda la dimensione fenomenologica del pensiero severiniano e come essa si intrecci con quella del pensiero heideggeriano. Fermo restando che il Convegno bresciano non domanda di confrontare Severino e Heidegger, ma piuttosto di scandagliare l’innesto di quest’ultimo nella trama logico-ontologica del pensiero severiniano, mi prefiggo di rintracciare i contorni di questo innesto proprio sul terreno fenomenologico. Peraltro non si tratterà di limitarsi a enumerare le numerose divergenze e le poche convergenze tra i due filosofi, bensì di provare a gettare un po’ di luce sia sul Severino fenomenologo che sullo Heidegger fenomenologo, muovendo proprio dalle indicazioni perentorie del primo.
È noto, infatti, come le esplicite prese di posizione di Severino non lascino alcuno spazio per un’eccedenza delle mosse heideggeriane rispetto al nichilismo occidentale. Secondo Severino, per esempio, il fatto stesso che Heidegger prenda sul serio la domanda leibniziana “perché l’ente e non piuttosto il nulla?” conferma che anch’egli ha assunto la «separazione astratta tra le determinazioni e l’eínai» (Poscritto, 1965, a Ritornare a Parmenide, in Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1982, p. 80). Eppure lo spirito non moderno, nonché il realismo aristotelico - non naturalistico, ma fenomenologico - da cui entrambi prendono le mosse, fanno sì che Severino si sia profondamente inter-essato al pensiero heideggeriano - sin dalla stesura della tesi di laurea - e abbia potuto appropriarsi, in maniera del tutto differenziata, di termini e questioni del filosofo tedesco («la dimenticanza del senso dell'essere», si veda l’incipit di Ritornare a Parmenide, la questione della tecnica, si vela il saggio La terra e l'essenza dell'uomo del 1968 e il volume Techne etc.).
Orientando i riflettori sul Severino fenomenologo si riesce in primo luogo ad allontanare i sospetti di teoreticismo astratto, che potrebbero pesare sul suo massiccio approccio logico. Inoltre si ha modo di far emergere la sua preziosa prossimità, attraverso il significativo vincolo con Aristotele, con il complesso intreccio che lega Brentano ad Aristotele, Husserl a Brentano, Heidegger ad Aristotele, Brentano e Husserl. Peraltro, su queste premesse diventa legittimo domandare che cosa intenda il primo Severino per intuizione della presenza dell’essere (La struttura originaria, cit., pp. 123-4), così come obiettargli di non rendere giustizia all’autentica ermeneutica filosofica, inaugurata da Heidegger, la quale è caratterizzata proprio dal contestare radicalmente qualsivoglia riduzione dell’interpretazione a rappresentazione (Vorstellung), a opinione (doxa), a volontà interpretante o a supposizione, ossia a tutto ciò che viene incalzato come inconsistente e nichilistico dallo stesso Severino. Quest’ultimo, tuttavia, all’affermazione secondo cui «la verità dell’essere distrugge il fondamento dell’interpretazione» resta fedele dal Poscritto a Ritornare a Parmenide (cit., p. 88) sino al recente Testimoniando il destino: la necessità innegabile, ossia l’impossibilità che l’essente non sia, non può essere spezzata da alcuna «volontà interpretante» (Testimoniando il destino, Adelphi, Milano 2019, pp. 18-21). Ciò di cui Severino non sembra avvedersi è che Heidegger, proprio da ermeneuta-fenomenologo, riconosce la precedenza fondante dell’interpretato sull’interpretazione, ossia esattamente quanto preme anche al pensatore bresciano (Testimoniando il destino, cit., p. 22).
Il contributo proposto dal sottoscritto prevede dunque di analizzare i passaggi in cui Severino si muove da fenomeno-logo, là dove afferma che solo in quanto condizionati dalla dominante doxa nichilistica si può credere che il divenire attesti «l’annullamento dell’essere». Quando «un pezzo di carta sta bruciando rapidamente ed ora è ridotto a poca cenere, […] appare che l’oggetto è niente, o l’oggetto non appare più?». La risposta di Severino fenomeno-logo suona: «l’apparire non attesta l’opposto di quanto esigito dal logo» (Poscritto, cit., pp. 84-89). In secondo luogo vorrei riprendere le pagine dove Severino assume l’indicazione di Kant: l’unica contingenza di cui si può avere esperienza è quella per cui un accadimento si manifesta come un che di empiricamente condizionato, e dunque rinviante a una causa fenomenica (Critica della ragion pura, B 289-90) ̶ mentre la contingenza come «possibilità assoluta» che qualcosa non sia è meramente pensata, è cioè un’idea della ragione. Severino fa tesoro di questa affermazione kantiana proprio per corroborare ulteriormente la propria investigazione fenomeno-logica sul divenire e sul suo presunto attestare che le cose prima diventino essere e poi diventino nulla (Studi di filosofia della prassi, Vita e Pensiero, Milano 1967, pp. 144ss.). In terzo luogo mi propongo di far interloquire, apparentemente solo per contrasto, queste considerazioni di Kant e Severino, da un lato, con quelle di Heidegger, dall’altro. Diventa qui fruttuoso non solo insistere sulla ripresa heideggeriana della nozione husserliana di «intuizione categoriale», ma anche soffermarsi su quella che per il filosofo tedesco è l’autentico fulcro del pensiero: del niente si dà esperienza e solo un oggettivismo naturalistico e positivistico può ignorare ciò (Che cos’è la metafisica?, 1929, La Nuova Italia, Firenze 1979, p. 16; Introduzione alla metafisica, 1935, Mursia, Milano 1968, p. 207). Lo Heidegger dei secondi anni 20 amplia e raffina le maglie di quanto può essere chiamato ‘esperienza’, legando le proprie mosse a un aspetto decisivo: l’essere è il fenomeno per eccellenza ed esso si manifesta attraverso il modo di essere dell’uomo, in quanto questi esiste nel mondo. Severino si limita a liquidare ciò come antropologia soggettivistica? Sorprende che quest’ultima costituisca anche il bersaglio polemico di Heidegger. Peraltro, Severino insiste pervasivamente sulla non separazione tra essere, apparire e sapere, e quindi è ben attento a preservare il carattere manifestativo dell’essere, in modo che esso non contraddica l’eternità di tutto ciò che è.
Su queste basi, infine, mi prefiggo di provare a mostrare che su entrambi i fronti, severiniano e heideggeriano, l’avversione al nichilismo, specie moderno, si concretizza nel riconoscere la consistenza ontologica di ciò che è, necessaria ed eterna in Severino, possibile e storico-eventuale in Heidegger. In entrambi i casi si lascia cadere ogni equazione tra l’apparire-scomparire dell’ente e l’arbitrarietà o l’indifferenza o accidentalità dell’ente. Certo Severino legge Heidegger come il sommo nichilista, certo Heidegger leggerebbe Severino come l’acme della metafisica della sussistenza, ma la tensione filosofica di entrambi è volta a porre in questione il nichilismo occidentale, al suo apice nella modernità e nella tarda-modernità, che scambia l’accadere dell’ente per una voragine di insensatezza e arbitrarietà, cui dover rimediare postulando fideisticamente lo stare estrinseco e separato di un qualche perché o di un qualche strumento meramente ontici.

Gian Luigi Paltrinieri è Professore Associato per il Settore di M-FIL/01 (Teoretica) dal 2005 e insegna Ermeneutica filosofica presso il Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali dell’Università “Ca’ Foscari” di Venezia. Ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca in Filosofia nel 1994, discutendo a Roma una tesi dal titolo “George Edward Moore e la fallacia naturalistica”. Nel 2002 è divenuto Ricercatore in Filosofia presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia. Le sue ricerche sono incentrate su due versanti: il pensiero che apre e istituisce la modernità – in particolare Hobbes, Leibniz, Rousseau e Hume, ma soprattutto Immanuel Kant – e l’ambito ermeneutico-filosofico, Heidegger, Gadamer, Ricoeur, includendo a ritroso Nietzsche. È membro della Direzione nazionale della Rivista «Filosofia e Teologia» (ESI), nonché Coordinatore della Redazione Nord-orientale di quest’ultima. È socio della Società Italiana di Studi Kantiani. È socio della Società Italiana di Filosofia Teoretica.