Moni Ovadia. La paura dello straniero e l'imbarbarimento dell'occidente

Ritornare alla vita come responsabilità

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Moni Ovadia, intervistato al festival Passaggi di Fano 2018, affronta il tema dell’odio nei confronti dei migranti, sottolineando l’imbarbarimento della civiltà occidentale, del quale ha parlato anche il filosofo Massimo Cacciari. 
Ci sono paradossi in questo fenomeno come l’odio di gruppi di svizzeri nei confronti dei comaschi, ma il punto fondamentale che sottolinea Ovadia è che la reazione più che contro gli stranieri è rivolta contro i poveri, perché gli ultimi che portano qui non la speranza ma la disperazione ed è questa che ci fa paura. 
Noi abbiamo paura dello straniero che è in noi e il migrante che arriva qui mette in risonanza quella parte di noi, perché l’imbarbarimento è anche nei nostri confronti, come dimostra la vicenda della strage di Nizza del 14 luglio, quasi subito dimenticata, perché non riusciamo neanche ad elaborare il lutto. 

Noi non vogliamo ritornare a quella condizione in cui la vita non è un consumo, ma è una responsabilità, abbiamo paura, perché quando viene uno straniero disagiato e povero sollecita la nostra responsabilità e sollecita anche il pensiero di cosa sia la vita, perché noi non viviamo la vita ma la consumiamo. La vita è creazione, è assumere responsabilità nei confronti del mondo o non è vita.  




Moni Ovadia nasce a Plovdiv in Bulgaria nel 1946, da una famiglia ebraico-sefardita. Dopo gli studi universitari e una laurea in scienze politiche ha dato avvio alla sua carriera d'artista come ricercatore, cantante e interprete di musica etnica e popolare di vari paesi. Nel 1984 comincia il suo percorso di avvicinamento al teatro, prima in collaborazione con artisti della scena internazionale, come Bolek Polivka, Tadeusz Kantor, Franco Parenti, e poi, via via proponendo se stesso come ideatore, regista, attore e capocomico di un "teatro musicale" assolutamente peculiare, in cui le precedenti esperienze si innestano alla sua vena di straordinario intrattenitore, oratore e umorista. Filo conduttore dei suoi spettacoli e della sua vastissima produzione discografica e libraria è la tradizione composita e sfaccettata, il "vagabondaggio culturale e reale" proprio del popolo ebraico, di cui egli si sente figlio e rappresentante, quell'immersione continua in lingue e suoni diversi ereditati da una cultura che le dittature e le ideologie totalitarie del Novecento avrebbero voluto cancellare, e di cui si fa memoria per il futuro.