Fabrizio Lomonaco. La religione come vincolo nel Diritto universale di Vico

Giambattista Vico tra metafisica e diritto 

Condividi

Fabrizio Lomonaco, intervistato il 15 ottobre 2020, espone alcuni punti della relazione che ha tenuto all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, nell’ambito del seminario Vincoli della legge e della religio tra età moderna e Illuminismo
La relazione si è mossa lungo la traiettoria articolatissima degli interessi vichiani per la metafisica e il diritto all'altezza degli anni Venti del Settecento. Dopo la stampa del primo ed unico libro (Liber Metaphysicus) del De antiquissima italorum sapientia nel 1710 l'urgenza metafisica, rinnovata rispetto ai modelli classici (Aristotele) e contemporanei (Cartesio e il cartesianesimo contemporaneo), risponde allo scetticismo e a quella sua particolare curvatura, il pirronismo storico, arginato nel suo tempo dall'erudizione giuridica che Vico frequenta come pochi da filosofo. Non più la relazione verum-factum ma quella di verum-certum, di ratio auctoritas, teorizzando la questi dei vincoli non più specchio dell'essere ma affidati alla connessione tra diritto, natura, religione, dove l’origine stessa di quest’ultima «non a religando,  (come si legge nel capitolo CXLIX del De uno) sed a relegendo, accurate legendo» le sacre sedi dei culti. Essi tramandano i primi costumi dell’umanità e, in particolare, la memoria dei processi che in origine vincolano l’uomo alla terra attraverso i quali il diritto viene realizzandosi, passando via via alla sfera del certo della «lingua eroica». Qui si introduce la teoria del fas, di quel diritto di pace e di guerra, diventato lingua comune delle genti, una lingua «certa» e universale, maturata lentamente nella storia e, perciò, diversa da quella che Grozio attribuiva a una scoperta dei «filosofi». Dall'antico vincolo del «giuramento» al legame religioso indotto prima dal timore e poi dal pudore (quale momento di vita etica nell'esperienza della religione cristiana) l'invito è teso ad abbandonare il modello classico della naturale continuità di sviluppo della socialità per la positiva funzione dialettica del conflitto che porta con sé l’istanza utilitaristica, liberando quest’ultima, però, dal significato di smascheramento di una presunta insocievolezza.

Nel mondo dell'uomo è sempre presente un orientamento alla ragione e all’umanità, perché tutti i tipi di violenza si svelano ancorati a forme sia pure latenti di «buone disposizioni dell’animo», favorite – per divina provvidenza – dalla «forza istessa delle cose» e «spontanee naturali tendenze». Del primo e più oscuro momento di vita umana Vico si preoccupa, infatti, di mettere in rilievo la misteriosa “collaborazione” del divino con cui il diritto antico nasce e diventa fattore di legami di civiltà. Questa convinzione ha retto tutta la filosofia del diritto universale vichiano, costituendo il più emblematico luogo di incontro tra livello metafisico e impegno storico.


Il conflitto appartiene al corso storico che vede la ‘compiuta umanità’ anche nella costitutiva apertura alle possibilità della crisi e della decadenza. Dalla ricerca dell’uno e dalla conformatio al verum nel De uno l’attenzione del filosofo napoletano si estende, nel De constantia, alla ricognizione dei vincoli tra ius e religio. La vera costanza del diritto si manifesta nel vasto orizzonte di una sapienza, sintesi di filosofia e filologia in cui i fatti si accertano per essere compresi in base alle nuove esigenze di una conoscenza filosofica che è operativa e non più contemplativa. Vico può innovare l’antropologia moderna e contestare il naturalismo libertinistico, l’utilitarismo ateo e l’ottimismo fideistico del suo tempo, perché la constantia jurisprudentis è vissuta quale unità di conoscere e pensare, di esistenza e azione. Alla crisi della coscienza europea di Sei-Settecento il filosofo napoletano risponde con un'originale proposta di costanza e di coerenza che impegna nella ricercata unità di res divinae e res humanae. Il diritto universale è intreccio di elemento dinamico e regolativo, dato dalla «universalior ratio», cosicchè lo «ius universum» si storicizza e tutta la vicenda storica è caratterizzata dal progressivo ampliamento dell'universalità giuridica fino alla «respublica omnium [rerum civilium] amplissima». È matura la convinzione che non vi sia processo di universalizzazione che non trovi la sua condizione di possibilità nell'unità dello «scibile» umano e divino attraverso la composizione di ragione e autorità. L’universale non si dà in un universalismo comune generalizzato per astrazione e purezza sovramondana ma per individuazione di una dinamica storica senza uniformità.

Vico vede il vero incarnarsi nella storia, presentandone le forme certe alla filosofia con un’aspirazione a un universale concreto, agli ideali che sono le «umane idee» costitutive della storia eticamente vissuta nell'esperienza del vincolo religioso. Giudicata da Machiavelli come il più artificiale degli strumenti per l’impostura sacerdotale e l’esercizio del potere, la religione, fondata sul pudore, diventa, in Vico, elemento di coesione che incrementa la spontanea necessità della vita sociale, radicandosi nelle istituzioni fondative della civitas, «tres fontes seu tria capita universi romani iuris»: patria potestas, connubium e nexum, ognuno «pervaso di religione».


Il novum nel De constantia è, allora, l'interesse per la natura spirituale del diritto che incontra la filosofia (platonica) e la religione cristiana, quella basata sul dogma del verbum incarnato e coerente la moderna «comunità universale». Ad essa partecipa la conseguenza del pudore, «la reverenza del senso comune» che determina il commune iudicium su cosa sia riprovevole e sul «mal fatto».  Nel comune che oltrepassa il particolare è l'accostarsi della mente alla vita, il farsi unità e vita della mente: è l'unità vera e ogget¬tiva della mente e a un tempo l'unità certa ed esistenziale del soggetto. Dall’implicazione di conatus e libertas al pudor è assegnata una dimensione intrinsecamente virtuosa e veritativa, in quanto «de uno humanitatis principio», «fonte dell’intero diritto naturale» e «unico naturale e semplicissimo mezzo», per ritrovare le regole dei comportamenti sociali e celebrare l’umanità del vero ossia quella prudentia della scientia da cui soltanto può discendere «ogni buona arte, sostenendo e conservando con esse gli uomini naturalmente consociatisi».  Così il naturale è temporalizzato, è una modalità dell’essere nel tempo senza che nulla possa risultare immutabile tranne questa assunzione; essa è alle origini e perdura nella vita degli uomini, includendo, in forma originale, eternità e contingenza, universale e particolare, essere e divenire. Contro il razionalismo astratto dei giusnaturalisti moderni la “teologia” di Vico è civile ed è ragionata (come leggeremo nelle Scienze nuove), perché la Provvidenza di Dio implica un ordine nel tempo, creato dalla libera e responsabile azione dei soggetti.
Vico è filosofo modernissimo nel tentativo di affermare un rapporto tra la prassi e la verità, ricercandone le condizioni di unità vivente nel legame istituto dal religioso e dalla regola del diritto. 


Fabrizio Lomonaco è professore ordinario di Storia della Filosofia nell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Le sue ricerche si sono concentrate sulla cultura storico-filosofica di Sei-Settecento con saggi su Grozio e Perizonio, Noodt e Barbeyrac, Gravina e Vico, Pagano e Bertòla, Herder e Kant. Ha curato e introdotto ristampe anastatiche delle Opere di Vico e Caloprese, Gravina e Spinelli, Barbeyrac, Pagano e Bertòla. Ha pubblicato monografie dedicate a Gravina (1997 e 2006) e a Tolleranza e libertà di coscienza in Olanda e a Napoli nel Settecento (1999, 2005 e 2013). Nel 2010 sono apparsi volumi su A partire da Giambattista Vico. Filosofia, diritto e letteratura nella Napoli di secondo Settecento e su New Studies on Lex Regia; del 2011 è la raccolta di saggi su Pasiones del alma y pasiones civiles. Nel 2013 ha curato la Bibliografia degli scritti di Fausto Nicolini.