Anna Achmatova secondo Maria Grazia Calandrone

La poetessa che amava farsi chiamare poeta

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Alta, magra, con lunghe gambe, lunghe braccia sottili, un viso illuminato da occhi sensibili e acuti, un naso aquilino che affascinò i suoi ritrattisti, era l’immagine della femminilità, affascinante, dominante, misteriosa.

Così è stata descritta una donna eccezionale: un poeta russo, oggi noto in tutto il mondo. Poeta, al maschile, perché non amava essere chiamata poetessa: le sembrava che limitasse il campo dei sensi e di sapere che la ispiravano. Maria Grazia Calandrone racconta la poesia di Anna Achmatova, la prima donna a divenire un classico della letteratura russa. "Anna Achmàtova è uno di quei poeti che semplicemente avvengono, che sbarcano nel mondo con uno stile già costruito ed una loro sensibilità unica. Arrivò attrezzata di tutto punto e non somigliò mai a nessuno", disse di lei il premio Nobel Josif Brodskij.

Anna Andreevna Achmatova è lo pseudonimo di Anna Andreevna Gorenko (Bol'soj Fontan, 11 giugno 1889 – Mosca, 5 marzo 1966), moglie dal 1910 al 1918 di Nikolaj Gumilëv. Compose la prima opera, La sera, nel 1912, alla quale seguì Il rosario nel 1914. Lo stormo bianco (1917), Piantaggine (1921), Anno Domini MCMXXI (1922) sono raccolte di versi ispirate dall'esperienza biografica. Dopo la fucilazione del marito nel 1921, seguì una lunga pausa, che  ruppe nel 1940 con Il salice e Da sei libri. Il figlio Lev fu imprigionato fra il 1935 e il 1940 nel periodo delle grandi purghe staliniane. Espulsa dall'Unione degli Scrittori Sovietici nel 1946 con l'accusa di estetismo e di disimpegno politico, riuscì tuttavia ad essere riabilitata nel 1955, pubblicando nel 1962 un'opera alla quale lavorava già dal 1942, il Poema senza eroe.