Daniel Vogelman, Piccola autobiografia di mio padre

Essere padre essere figlio

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In Piccola autobiografia di mio padre Daniel Vogelman condensa la vita di suo padre Schulim, che nato nel 1903 in Galizia, vive a Vienna, e poi in Palestina, si stabilisce a Firenze, fa lo stampatore, si sposa, ha una figlia e viene deportato ad Auschwitz. Dal campo di concentramento riesce a salvarsi grazie al suo mestiere e alla conoscenza del tedesco, ma scopre che sua moglie e la sua bambina hanno perso la vita lì lo stesso giorno del loro arrivo. A Firenze Shulim si rifà una vita sposando Albana, da cui nasce Daniel. Padre e figlio non parlano del passato, il secondo soffre di una grave depressione come molti figli di sopravvissuti. Vogelman riallaccia con questo libro una forma postuma di dialogo con il padre, gli racconta di avercela fatta a superare il periodo buio, di essere diventato un editore e di non aver mai smesso di pensare alla sorella che non ha conosciuto e che è stata uccisa a otto anni. Nato come testimonianza per le nipoti, il libro ha un valore universale di testimonianza sull’Olocausto e su quello che ne è seguito e di riflessione sul senso della vita.

La parola che ho ripetuto sempre in tutta la mia vita, soprattutto nelle ore più buie (e anche poco prima di morire), è stata una parola, paradossalmente, araba: Maktùb, che vuol dire “era scritto”. Però credo che non saprò mai se c’è qualcuno che scrive il destino degli uomini o è tutto un caso.   

Daniel Vogelmann, nato a Firenze nel 1948, esordisce negli anni ’70 come poeta, pubblicando alcuni volumi di liriche, tra cui Fondamentale (1972). Nel 1980 fonda la casa editrice La Giuntina, la cui prima pubblicazione nella collana Schulim Vogelmann, dedicata alla memoria del padre, è La notte di Elie Wiesel (tradotta dallo stesso Vogelmann) a cui negli anni si sono aggiunti circa 500 titoli sulla cultura ebraica.