Sandro Frizziero, Sommersione

Sandro Frizziero, Sommersione

Un pescatore, il suo odio, la nostra cattiva coscienza

Sandro Frizziero, Sommersione

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Nel romanzo Sommersione, pubblicato da Fazi, Sandro Frizziero si rivolge al suo protagonista, un vecchio pescatore che vive da sempre in un’isola. Mentre l'uomo compie i suoi movimenti quotidiani - la pesca, il pranzo, la sosta al bar – non smette di rimuginare contro l’umanità intera, compresa la moglie defunta, che per anni ha picchiato e insultato. La Cinzia, così si chiamava, era molto devota e lui non sopportava il prete, come non sopportava le sue amiche; hanno avuto una figlia, ma lei appena ha potuto se n’è andata dall’isola, si è sposata, e si tiene alla larga da lui. Gli uomini che frequentano la Taverna non sono migliori del pescatore: c’è chi vorrebbe affondare i barconi con la gente sopra, chi sparerebbe agli impiegati delle Poste, chi inneggia al Duce; tutti non fanno che vantare una virilità vissuta come oltraggio e prevaricazione sulle donne. Anche il passato del pescatore è orribile come il suo presente e gli riaffiorano alla mente la violenza, l’invidia, la crudeltà di cui si è macchiato. Lo scenario in cui si muove è quello di una natura violata che sta per vendicarsi dei torti subiti: salgono le temperature e sale anche l’acqua (la sommersione del titolo). Un romanzo provocatorio con una lingua che aderisce perfettamente agli umori del personaggio, alla sua visione del mondo.

Mentre la felicità è una compagna infingarda, sempre propensa all’inganno, che certo fa star bene in un primo momento, coma può farlo anche la peggior droga o la meno esperta delle puttane – non è, quindi per niente affidabile, non è adatta a metter su famiglia -, l’infelicità, invece non rinnega e non respinge nessuno; un infelice non è solo neppure quando cammina o scherza, nemmeno quando scopa o caga, perché l’infelicità gli resta accanto in ogni momento.


Sandro Frizziero è nato a Chioggia nel 1987 e insegna Lettere negli istituti superiori della sua città. Per Fazi Editore, nel 2018, ha pubblicato Confessioni di un NEET, finalista al Premio John Fante 2019.

Di seguito l'intervista di Rai Letteratura.

Da dove viene l’idea di questo pescatore indemoniato che sembra concentrare in sé tutto il male del mondo?
Direi che l’idea nasce da una considerazione ben precisa. Il racconto del bene e dei cosiddetti "valori positivi", soprattutto nella sua dimensione pubblica e quindi anche letteraria, mi è sempre parso piuttosto semplicistico, artefatto, impregnato di un sentimentalismo fine a se stesso. Senza contare che, talvolta, la retorica dei buoni sentimenti può inibire un’autentica riflessione sulle condizioni sociali, economiche e culturali che condizionano la vita di ognuno. Di fronte a tante scritture affettate e volte solo a emozionare il lettore, il racconto dell’odio e della cattiveria permette di esplorare una riserva di autenticità, perché questi sentimenti sono sempre a loro modo sinceri. Per questo ho sempre avuto una certa predilezione per gli antieroi, per i personaggi disturbati e disturbanti. Il mio pescatore, certo, è un odiatore portato all’estremo, è quasi la caricatura di un misantropo, perché il suo odio non risparmia nulla, dalla moglie ai cani, dai preti agli alberi. Però è significativo che quella che nel romanzo appare come la sua colpa più grande sia anche la più incerta, quasi come a dire che il senso di colpa prescinde dalla colpa stessa e ha origine dall’odio. Non mi aspetto, ovviamente, che il lettore solidarizzi con un personaggio del genere, ma a differenza del narratore, piuttosto giudicante, vorrei si avvicinasse alla storia con un sentimento di umana compassione e che gli concedesse almeno un merito: quello di mostrare gli istinti più tenebrosi e le bassezze più inconfessabili - che non appartengono solo a lui - senza alcun infingimento. Chissà che dopo la lettura della parabola di questo vecchio, il lettore non percepisca, in negativo, la presenza silenziosa del bene che, forse, coincide con l’inconsapevolezza.

Se il protagonista è un odiatore, i suoi conoscenti, le persone che frequentano la Taverna non sono da meno e a fare le spese delle loro chiacchiere sono soprattutto le donne: nel libro c’è la denuncia di un modo di vedere le donne come “pezzi di carne” ancora molto radicato nel nostro paese?
Non parlerei di denuncia perché mi pare un termine eccessivo, anche se la grettezza dei personaggi del mio libro provocherà certamente nel lettore un senso di rifiuto e avversione. Uscendo per un momento dal romanzo, potrei dire che oggi, nell’ambito del “discorso pubblico” delle donne si può parlare solo adottando il linguaggio del politicamente corretto. Questa tendenza è tanto radicata che molti uomini, per dimostrarsi sensibili alla causa “femminista”, utilizzano formule ed espressioni così stucchevoli e artificiali da ottenere, a mio avviso, l’effetto contrario. E ciò è particolarmente fastidioso se si considera che, a dispetto di tanti proclami, si sta assistendo a un generale arretramento sul piano dei diritti (sociali più che civili) che, tra l’altro, coinvolge uomini e donne insieme. Al piano pubblico corrisponde quello della chiacchiera da bar, o da taverna appunto, nel quale spesso di manifesta il più bieco maschilismo che io leggo come una reazione (comprensibile, non condivisibile) al “politicamente corretto” di cui parlavo prima.  I comportamenti e i commenti che i vecchi incattiviti del mio libro riservano alle donne, dunque, sono da leggere come gli ultimi colpi di coda di una cultura arretrata fortunatamente al tramonto. 

A proposito di donne, nel libro si racconta il rapporto tra il pescatore e sua moglie Cinzia: la picchia, la insulta, la tradisce eppure dopo morta a modo suo la rimpiange. È il racconto di un amore malato?
Il protagonista non conosce un modo d’amare che non comporti possesso violento e sottomissione, ma questa è un’altra delle ragioni per cui finisce vittima del male che ha seminato. Del resto, almeno agli occhi del protagonista, sua moglie si era sempre riconosciuta in un ruolo subordinato, quasi avesse integrato nella sua visione del mondo il dominio maschile, come tra l’altro accade a moltissime donne. Tuttavia, a ben guardare, Cinzia nasconde una certa grandezza: lei è stata l’unica a smuovere qualcosa nell’animo di un uomo il cui cinismo è assoluto, ed è l’unica persona che in qualche modo gli manchi e non solo per assolvere al suo bisogno definitorio di uomo-padrone. Infatti, solo quando il vecchio pescatore si dispera piegato sulla tomba della moglie, riconosce la sua miseria e il male assoluto che non risparmia nessuno e con cui è costretto a fare i conti. Cinzia, insomma, da questo punto di vista, gioca un ruolo catartico per il protagonista.

La storia è ambientata in un’isola e a più riprese si sottolinea il fenomeno dell’innalzamento delle temperature dovuto ai disastri ambientali: alla crudeltà dell’uomo corrisponde uno scatenamento della natura?
Sull’Isola la natura è soprattutto il mare. E se il mare è spesso associato all’infinità e a un certo sentimentalismo, per il mio pescatore è solo il luogo delle fatiche, del lavoro, dello smaltimento di rifiuti tossici, una distesa d’acqua che lo separa dal mondo esterno, quasi gli fosse preclusa qualsiasi dimensione ideale o, perché no, trascendente e spirituale.
Tutto è filtrato e deformato dallo sguardo disilluso e disperato del protagonista. Per questo la natura gli è matrigna e ribelle, collaborando così a restituire una, spero efficace, metafora della condizione umana. Si può aggiungere un altro aspetto: il punto di vista del pescatore funge anche da controcanto critico alle parole di chi si dice amante della natura, ma non rinuncerebbe a nulla del suo stile di vita borghese, e che di certi mestieri ignora la fatica e la precarietà. Ecco che la natura si scatena anche contro l’ipocrisia che si scorge ovunque. 

Perché ha scelto di appellarsi al personaggio con il tu, di intavolare una sorta di dialogo con un uomo che sembra non essersi mai confidato con nessuno?
Ho sentito il bisogno di rivolgermi al pescatore con il tu, sia perché lo sento altro da me, quasi che la sua figura mi fosse servita a concentrare e poi rigettare le mie più basse pulsioni; e poi, dal punto di vista più tecnico, perché volevo creare una sorta di ambiguità tra il personaggio e il narratore, la cui identità rimane celata. Chi racconta assume un tono giudicante, non lascia scampo al protagonista, lo insegue e lo mette sempre di fronte allo squallore della sua esistenza e dunque in certe parti potrebbe assomigliare al lettore che osserva con disprezzo il mio vecchio. Ma il narratore, però, spesso cambia anche prospettiva, entra nell’io del protagonista e, come in un flusso di coscienza, esprime i suoi sentimenti più intimi, le giustificazioni che mette in piedi per legittimare le botte alla moglie, o le deliranti motivazioni che stanno dietro ai suoi spregevoli atti. Questo narratore che si potrebbe definire ondivago dovrebbe spiazzare di volta in volta il lettore e provocargli non dico un sentimento di partecipazione alla sofferenza del protagonista, forse davvero impossibile, quanto il sospetto che lui, per quanto odioso, sia pur sempre una manifestazione dell’umano che forse sarebbe troppo semplice crocifiggere. Tolte le colpe più gravi, il vecchio pescatore rancoroso assomiglia, almeno in parte, ad ognuno di noi.