Romana Petri, Figlio del lupo

Romana Petri, Figlio del lupo

Essere Jack London

Romana Petri, Figlio del lupo

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Il Jack London che Romana Petri pone al centro del suo romanzo Figlio del lupo, pubblicato da Mondadori, è un uomo pieno di vitalità e molto tormentato: sin da ragazzo fa mille lavori, mantiene la famiglia, studia da autodidatta, si lancia in avventure sconsiderate come la corsa all’oro e patisce un’enorme solitudine interiore anche perché rifiutato dal padre. Molto amato dalle donne, a partire dalla madre, Flora, che, pur essendo molto parca di gesti affettuosi nei suoi confronti, lo incoraggia a scrivere, Jack ama in gioventù Mabel che lo vorrebbe impiegato; sposa Bessie da cui ha due bambine invece che il desiderato figlio maschio; adora Annie e finisce per risposarsi con Charmian, che lo asseconda nei suoi piani di fuga dal mondo in barca. I suoi libri da un certo momento in poi diventano popolarissimi; lui è sempre in affanno con i soldi a causa della sua prodigalità, sempre solo anche se si circonda di gente. Più che un ritratto, una discesa all'interno di un personaggio alla ricerca dei suoi demoni interiori.

A soggiogarlo era sempre e solo l’imprevedibilità. Jack lo sapeva, c’era una furia che lo dominava. Andarsene in giro senza meta era un diverso modo di conoscere. Una addizione. I libri non gli erano mai mancati quando vagabondava per terra o per mare, se ne portava dietro sempre molti, ma se non li combinava con la vita, non servivano a niente. Lui lo sapeva per istinto: la vera atmosfera uno scrittore poteva crearla sotto annullando se stesso. Quante volte se lo era ripetuto? Ci voleva nutrimento, l’educazione non bastava. Gli scrittori americani, fino a quel momento, non avevano avuto il coraggio di arrivare all’anima delle cose. Con lo sguardo sul soffitto pensò che voleva una letteratura con poco profumo, ma molto odore di vita.


Romana Petri vive a Roma. Tra le sue opere, Ovunque io sia (2008), Ti spiego (2010), Le serenate del Ciclone (2015, premio Super Mondello e Mondello Giovani), Il mio cane del Klondike (2017), Pranzi di famiglia (2019, premio The Bridge). Traduttrice e critico, collabora con Io Donna, La Stampa, Il Venerdì di Repubblica e il Corriere della Sera. 

Di seguito l'intervista di Rai Letteratura.

Il primo elemento che colpisce leggendo Figlio del lupo, il romanzo che ha dedicato alla figura di Jack London è la solitudine del protagonista: un uomo che ebbe una vita molto movimentata, fu sempre circondato da gente eppure ebbe sempre la sensazione di essere un pesce fuor d’acqua. È così?
Di lui dicevano che era una montagna di vita che era carismatico, di una forza fisica e morale inusuale. E lo era, certo, ma le montagne di vita si pagano sempre con le montagne di morte. Lui sentiva di essere destinato a una vita veloce, sempre di corsa, che si sarebbe mangiata molti anni di vita futura. E l'ossessione della brevità mette addosso un forte senso di solitudine. Ce ne stiamo accorgendo tutti in questi giorni, il tempo per riflettere ferisce quasi sempre. E lui era un grande pensatore, era addirittura un visionario. Non dimentichiamo che fu l'unico scrittore al mondo a sapere di essere uno scrittore quando era ancora un semianalfabeta, erano i tumulti interiori a parlargli. E così, quando è riuscito, con tanto studio, a dominare le parole, è diventato il più grande scrittore Americano: il migliore.

Poi c’è la spinta a partire, a sfidare sé stesso in condizioni estreme…
Sapere di essere una meteora mette in circolo molto sangue. Ma in ogni sua sfida c'era di mezzo la morte, o meglio, il suo personale affronto alla morte, il suo irriderla pur sapendo che la morte tutto mangia. Lui aveva un'idea un po' particolare anche dell'essere sulla terra. Per lui non ci uccideva mai la morte, ma la vita, con tutte le traversie e i dolori. Lui cominciò a soffrire veramente quando divenne uno scrittore famoso e ricco. Tutto quello che aveva scritto prima e che gli era stato rimandato indietro per anni, ora gli editori se lo litigavano ricoprendolo d'oro. Non riuscì mai a capire questa cosa. Ma capì una cosa che andava, e va ancora oggi controcorrente: le vittorie sudate non danno la stessa gioia delle lotterie che ci cadono dal cielo. Ogni sua avventura era un modo di irridere la brevità.

Un ruolo molto importante nella formazione di London è giocato dalle donne: sua madre Flora, la sorellastra Eliza, Il suo primo amore Mabel, sua moglie Bessie, e poi Charmian che gli sta vicino fino alla fine…
Sì, le donne sono fondamentali per lui a cominciare dalla madre. Una donna brusca, senza smancerie, ma che lo amava al punto da spingerlo non a trovarsi un lavoro benché fossero poverissimi e spesso non avessero nulla da mettere in tavola, facendo la fame insieme perché lei, da spiritista che parlava con i defunti, sapeva che lui sarebbe diventato un grande scrittore. E poi le donne che ha amato, o creduto di amare, come Mabel, la piccola borghese che aveva studiato e gli fornì le prime basi del sapere, Bessie, la prima moglie sposata solo per ragionamento (convinto che l'amor passione fosse un'invenzione borghese dell'Ottocento), la donna mai avuta, l'incontro mancato con Anna, la magnetica e fascinosa russa (ne sarà ossessionato fino alla fine dei suoi giorni) e poi Charmian la  seconda moglie, tante donne in una per compiacerlo, per essere una specie di Jack al femminile. Charmian conosceva la vanità maschile e seppe tenerlo a sé plasmandosi su di lui.

London divenne popolarissimo come scrittore ma il suo rapporto con la scrittura rimase problematico: forse per via degli inizi, per la fatica fatta per conquistare le parole?
Quando divenne famoso, non riuscì mai a capire perché mai con le stesse cose che aveva scritto in passato e che gli erano state tutte rifiutate, all'improvviso, come per magia tutto quell'oro gli fosse caduto addosso. Credo sentisse il peso dell'assurdità di quanto gli era accaduto. La vanità non riuscì a supplire la cosa che più lo tormentava: il senso di giustizia.

C’è un filo rosso che collega questo libro a Le serenate del Ciclone, il romanzo dedicato a suo padre?
C'è più di un sottile filo, c'è la mia intera vita. Fu mio padre Mario Petri a farmi conoscere London, a leggermelo, a riassumermelo, a interpretarmelo. Alla fine credo di aver fuso i due personaggi. Mio padre era profondamente londoniano. Tutta la sua vita giovanile e adulta era stata influenzata dal grande scrittore americano. In un certo senso ne seguì le orme. E io ho, che ho seguito le sue, sono andata a finire in quelle di London. Devo dire che è stato bellissimo essere stata London per il tempo della scrittura. Forse, come diceva mio padre, anche solo per vanità