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    "C" come Copland (I)

    Le sonorità luminose di un americano in America

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    Dal programma Settimo Giorno, un'intervista di Francesco Savio ad Aaron Copland, all'interno della puntata intitolata "Vedere la musica" (1974). Il compositore americano ospita nella propria casa le telecamere della RAI, davanti alle quali riflette a voce alta sulla “teatralizzazione” della musica contemporanea, sul concetto di "moderno" nella musica e parla del collega che stima maggiormente in quel momento: Luciano Berio.
     

    A teatro siamo consapevoli a un tempo degli attori, dei loro costumi e atteggiamenti, dei suoni e dei movimenti, e abbiamo una sensazione di piacere dall’insieme. [...] Il piano espressivo deriva dal sentimento in noi suscitato da quanto avviene sulla scena. [...] L’intreccio e il suo sviluppo sono equivalenti al piano puramente musicale. L’autore di teatro crea e sviluppa un carattere proprio come il compositore crea e sviluppa un’idea musicale
    Aaron Copland


    Contrariamente a quanto accade di solito, Aaron Copland (1900 – 1990) non iniziò gli studi musicali da bambino, ma quando era già un adolescente. Intorno al 1920, come molti artisti americani, si trasferì a Parigi dove approfondì gli studi. 
    Tornato in patria, compose, nel 1925, Music for the Theater e, nel 1926, Concerto per Pianoforte, nei quali impiegò ritmi jazzistici, mentre, nella prima metà degli anni Trenta, spostò la propria attenzione su sonorità più esili e austere, difficili – come ammise lo stesso Copland – da essere comprese da parte del pubblico. A questa fase ne seguì un’altra, probabilmente la più nota: quella in cui Copland fece largo uso di elementi folkloristici americani, con balletti dai titoli eloquenti come Billy the Kid (1938), Rodeo (1939), Appalachian Spring (1944). Intanto era iniziata la sua carriera di compositore per il cinema. Nei lavori più tardi, Copland si mostrò sensibile nei confronti della dodecafonia, senza abbandonare, però, il principio della tonalità.

    La musica di Copland è caratterizzata da un forte spinta ritmica, da uno slancio energico nei movimenti veloci, da frequenti variazioni di metro, che creano grande animazione. Le sue partiture accentuano i registri acuti, soprattutto quelli dei violini e delle trombe, contribuendo a produrre quelle sonorità luminose, proprie del suo stile.

    Certamente la tendenza a semplificare stilemi legati a ben precisi retroterra culturali per usarli ecletticamente [...] fa di Copland un musicista molto ‘americano’, accessibile, abilissimo come strumentatore, capace di fondere la tecnica polidiatonica del neoclassicisismo europeo con il jazz e con il repertorio dei canti dei cow boys
    Armando Gentilucci, musicologo